KURT VONNEGUT Nel mattatoio della civiltà

Chiesero un giorno a Kurt Vonnegut cosa significasse il ritmo in letteratura. Lui rispose così: «Usare frasi brevi con parole corte quando la gente corre, e frasi lunghe con parole lunghe quando la gente dorme». Aveva un grande senso dell’umorismo e un vero talento espressivo. Era nato a Indianapolis nel 1922. In gioventù studiò chimica, biologia e antropologia a Chicago. Lavorò, come addetto stampa, alla General Electric. Ma quella vita non poteva durare a lungo. Lasciò l’azienda e scrisse racconti per riviste in carta patinata tipo Redbook o McCall’s. In seguito iniziò a pubblicare romanzi che la critica classificò come libri di genere fantascientifico, suscitando il suo disappunto: «Venni definito in questo modo solo perché avevo incluso delle macchine nei miei primi libri».
È vero che Sirene di Titano (1959) si conclude proprio sentenziando la supremazia tecnologica, nel segno di una temuta disumanizzazione, tuttavia sin da allora forse sarebbe stato più congruo sottolineare la matrice fortemente sarcastica dell’ispirazione di Vonnegut. Il quale raggiunse poi con Madre notte (1961) un risultato di assoluto rilievo e si conquistò un posto stabile nella letteratura americana contemporanea. Aveva una spiccata sensibilità strutturale. Era in grado di entrare e uscire dalla forma-romanzo come fosse la porta girevole di un albergo di lusso. Inventando la storia di Howard W. Campbell, uomo dei servizi segreti alleati e, nello stesso tempo, spia dei nazisti, un personaggio che tornerà in modo ricorrente nelle opere successive, mostrò di ricavare profitto dal rapporto con le vicende novecentesche senza ricadere negli schemi del racconto storico. Sarà questa la via formale che renderà la sua prosa una novità assoluta.
Più che in Ghiaccio nove (1963) e Dio la benedica Mr. Rosewater (1965), satiriche requisitorie contro gli alibi religiosi, scientifici o filantropici che l’uomo non cessa di elaborare come carta regalo intorno alle proprie malefatte, Vonnegut diede il meglio di sé in Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini (1969), una straordinaria rievocazione del celebre bombardamento di Dresda, durante la seconda guerra mondiale, che egli visse direttamente, nelle vesti ufficiali del soldato americano. Era stato fatto prigioniero dai tedeschi durante la battaglia delle Ardenne. A Dresda si salvò rifugiandosi in un bunker dove, in tempo di pace, venivano conservate le carni dei maiali macellati. Nella città sulle rive dell’Elba, lo sappiamo, si consumò un’ecatombe addirittura superiore, per numero di vittime, all’esplosione nucleare di Hiroshima. L’esito militare risultò nullo: il giorno dopo, dalla stazione di Friedrichstadt i convogli cominciarono a ripartire con regolarità sostenendo l’estrema difesa nazista.
Vonnegut avrebbe potuto enfatizzare la propria esperienza descrivendo per filo e per segno tutto ciò che ricordava del terribile evento. Forse gli avrebbe arriso un successo ancora più forte di quello che ricevette, ma senz’altro meno duraturo. E invece creò un congegno narrativo speciale, in grado di accogliere le fantastiche escursioni di Billy Pilgrim, protagonista del romanzo, nel pianeta di Tralfamadore, quasi fosse uno sfigurato Peter Pan. Chi oggi affronta Mattatoio n. 5 si trova così a passare da un capo all’altro della storia umana, in una distorsione cronologica esteticamente manovrata capace di rendere il caos percettivo che la guerra produce nella coscienza di ognuno come nessun resoconto cronachistico avrebbe mai potuto comunicare. Pochi testi della narrativa moderna sono riusciti a rappresentare la simultaneità delle esperienze al pari di Mattatoio n. 5, la cui lettura sembra riprodurre l’energia cinetica che presumiamo derivi dall’autore.
Vonnegut è stato l’uomo della bomba: quella vera, che incendia la stessa civiltà da cui viene prodotta, e quella interiore, uscita come un pulcino bagnato dall’uovo della rivoluzione industriale. La prima ha fatto terra bruciata intorno alle sempre risorgenti illusioni delle magnifiche sorti e progressive. La seconda, ancora oggi, contribuisce a orientare la nostra visione del mondo. Muovendosi come un furetto in mezzo ai generi più diversi, dal taglio autobiografico di La colazione dei campioni (1973) alle scacchiere metanarrative degli ultimi anni (Galapagos, 1985 e Hocus Pocus, 1990), Vonnegut ha saputo piegare come un pongo la propria scrittura. In Cronosisma, fra gli ultimi libri, aveva immaginato che il tempo si fermasse. In questo modo era riuscito a ritagliarsi, ancora una volta, lo spazio strutturale necessario per parlare di se stesso. Egli sapeva che il Ventesimo secolo non ha potuto concedere allo scrittore ulteriori indulgenze, in aggiunta a quelle scaturite dalla sua fantasia.