Kutuzov, presunto cecchino

Dopo mesi sui campi di battaglia, nel novembre 1812, l'esercito russo guidato da Mikhail Ilarionovich Golenishchev-Kutuzov, più semplicemente conosciuto come il generale Kutuzov, bloccò e sconfisse a Krasnoi la Grande Armée di Napoleone Bonaparte. Di quel grande e pluridecorato capo militare, il contemporaneo Vitali - a parte un accenno di pancetta - porta solo il cognome. Nessun parentela, nessuna affinità: l'attaccante della Russia Bianca il suo più grande nemico - la discontinuità - non è mai riuscito a batterlo. Lo sanno bene i tifosi del Doria che nelle ultime due stagioni hanno dovuto fare i conti con gli alti e bassi di quel numero 13 ex sovietico dai dribbling funambolici e dalle sgroppate palla al piede ma anche - e soprattutto - da quel suo continuo, quasi svogliato trotterellare senza meta né convinzione per il campo. E pensare che i dirigenti del Milan, nel settembre 2001, dopo aver affrontato la sua squadra, il Bate Borisov, nell'andata del primo turno di Coppa Uefa, ne rimasero talmente incantanti da tesserarlo in fretta e furia nell'intervallo. Un contratto, una firma e via. Ma, come spesso accade con i colpi di fulmine, la cosa non funzionò: in rossonero, Kutuzov riuscì a racimolare soltanto 4 scarne apparizioni prima di essere spedito in prestito a Lisbona e ad Avellino, in Serie B. Nonostante i suoi 15 centri, la banda di Zeman non riuscì comunque ad evitare la retrocessione e sul rigenerato Vitali finirono gli occhi di molti addetti ai lavori, su tutti quelli di Beppe Marotta. Nei due campionati genovesi, dell'implacabile cecchino dell'area di rigore narrato dagli almanacchi cirillici non si ebbe traccia: in 75 partite totali, andò a segno soltanto in 10 misere occasioni.