In Kuwait si balla, ma Hamas grida vendetta

Gioia nello Stato che il Raìs fece invadere nel 1990, ma tra gli arabi e i palestinesi in particolare prevale il sentimento antiamericano

Reazioni contrastanti nel mondo arabo alla notizia della condanna a morte per l’ex Raìs iracheno Saddam Hussein. Si va dal rifiuto della legittimità del tribunale che ha emesso la sentenza alle scene di giubilo nelle strade. Ma complessivamente trova molto spazio il doppiopesismo tipico di questa cultura: Saddam era un criminale, si riconosce, ma non più di chi intervenendo con la forza in Irak ha provocato migliaia di morti. Tipico il commento di un commerciante intervistato a Beirut: «Se si condanna Saddam, allora per equità andrebbero condannati a morte anche Bush e Olmert per quello che ha fatto in Libano».
Tra i più decisi critici della condanna ci sono i palestinesi di Hamas, secondo i quali Saddam subisce questa sorte perché è stato un attivo sostenitore del popolo palestinese. Una sentenza politica, dunque, voluta dagli americani. «Gli Stati Uniti - ha detto un portavoce del movimento integralista islamico che governa nei territori palestinesi dopo la vittoria nelle elezioni della scorsa primavera - combattono chiunque sostenga il popolo palestinese, e Saddam era uno di questi. Il processo è un messaggio all’intero mondo arabo e musulmano su chiunque non obbedisca agli ordini degli Stati Uniti». In Palestina, va ricordato, Saddam è molto popolare perché dal 2000 e fino alla sua caduta nel 2003 inviò denaro alle famiglie dei terroristi suicidi palestinesi.
Netta quanto prevedibile la critica della Siria, secondo il cui governo «qualsiasi processo condotto sotto occupazione è illegittimo». Non molto diversa la sostanza del commento di Mohammed Mehdi Akef, guida spirituale dell’organizzazione integralista egiziana dei Fratelli Musulmani, che però la fa precedere da qualche ammissione sugli «innumerevoli crimini commessi da Saddam, un despota che ha gravemente nuociuto all’Irak»; questi però a suo avviso «non hanno nessuna importanza rispetto a quelli commessi dagli occupanti e da quelli che li aiutano». Akef inoltre non crede che «gli altri dittatori del mondo arabo impareranno qualcosa da questo processo: sono dei tiranni e se non temono Dio, non temeranno un verdetto».
Più ragionate le analisi di altri commentatori arabi, come l’iracheno Mustafa Alani del Centro di ricerca del Golfo. Per lui, «il popolo che ha giudicato Saddam non è migliore di lui. Saddam è un criminale e non ci sono dubbi, ma gli altri non sono angeli: ci sono stati massacri, corruzione e squadre della morte e negli ultimi tre anni si sono resi responsabili, direttamente o indirettamente, di mezzo milione di morti». Il giornalista Dawood al-Shirian vede invece nella condanna di Saddam un messaggio americano: la missione in Irak continua e la guerriglia non fa paura alla Casa Bianca.
C’è poi il partito di chi esulta. Come i tanti iracheni fuggiti all’estero per scampare alle vendette del sanguinario Raìs. E soprattutto come i cittadini del Kuwait, che non hanno dimenticato la tragedia dell’invasione del loro Paese da parte dell’esercito iracheno sedici anni fa. Gruppi di donne si sono radunate davanti alla Borsa di Kuwait City per festeggiare in diretta la lettura della sentenza. «È la fine del tiranno!» ha gridato una ragazza che ebbe il padre imprigionato durante l’occupazione. Un’altra donna piange: «Che vada all’inferno, che bruci vivo»: suo figlio, ufficiale dell’esercito kuwaitiano, fu arrestato dagli invasori e di lui non si sono più avute notizie.\