L’11 settembre delle scuole

È stato, o almeno per qualche terribile minuto è parso, l’11 settembre delle scuole. Gli spari che venivano da due località diverse nel campus della Virginia Tech, i due mucchietti separati di morti. È parso possibile che la follia, fenomeno essenzialmente solitario, si fosse data stavolta un’organizzazione quasi militare, ricalcata su quella del Terrore. Per questo alcuni sono riusciti a trovare in sé lo spazio per un sorriso di sollievo quando si è diffusa invece l’altra versione: che lo sparatore fosse uno solo, non ubiquo, ma capace di colpire, spargere sangue e panico in un luogo, abbandonarlo indisturbato, ricomparire altrove e ricominciare. Prima di togliersi la vita dopo esser stato intercettato dalla polizia, il triste lieto fine degli assalti di Amok.
Ma è breve sollievo. Mentre si diffondeva tra i sopravvissuti, documentato in una pioggia di drammatiche e-mail dal campus verso il mondo esterno, continuava a salire il computo delle vittime. Ogni mezz’ora qualcuno di più, un arrivo nuovo a camere mortuarie improvvisate, non previsto in uno spazio eminentemente giovanile. Venti, trenta, o più i morti. I feriti più o meno altrettanti. È già record, come non hanno mancato di segnalare ogni volta che l’elenco si allungava cronache in parte «drogate», in parte prigioniere di una loro routine. Importa davvero molto sapere che alla Virginia Tech University sono morti più studenti che ai piedi della torre dell’Università del Texas il 1° agosto 1966 (15, compresi la madre e la moglie dello sparatore), che nella Middle School a Jonesboro, in Arkansas (gli assassini avevano rispettivamente 13 e 11 anni), che nell’eccidio più famoso finora (12 alla Columbine High School nel Colorado), che nella Red Lake High School nell’estremo nord del Minnesota, dentro una «riserva» degli indiani Chippewa, più che nella sparatoria alla cieca del lattaio motorizzato che sparò a raffica sulle bambine di una scuola elementare.
La Virginia Tech non aveva fino a ieri niente di speciale. Non accoglie bambini né superlaureati: vi si insegnano le nozioni per diventare ingegneri in un quieto angolo rurale della Virginia, senza una storia di violenza. Un tranquillo campus per figli della classe media, senza tensioni razziali note, senza impegno politico. Non è neppure sede di uno di quei predicatori fondamentalisti che alzano spesso, con la migliore delle intenzioni di una cristianità settaria, la temperatura delle fedi e dei sentimenti. È invece debitamente «multiculturale», ospita discenti di tutte le origini etniche. Dello sparatore di ieri, ad esempio, si sa che era di «origine asiatica», un dato che dice ben poco. È «un posto qualsiasi» dove si va per imparare, dove 900 studenti passano il giorno e la notte armonicamente integrati come è possibile a quell’età.
Ancora una volta le spiegazioni storiche, sociologiche, di psicologia di massa falliscono, ammutoliscono di fronte a episodi del genere. Le storie che si è convenuto chiamare di ordinaria follia sono sempre storie individuali, con angoli oscuri che eludono la sorveglianza preventiva sempre più insita nei test e nei colloqui che precedono l’ammissione. Anche in questo caso aspettiamo che sui morti, sui testimoni, soprattutto sul perpetratore della strage si avventino psicologi, sociologi, psichiatri, avvocati di Cause planetarie, moralisti angosciati, ricercatori di una qualche formula preventiva o curativa. È difficile che vadano lontano, anche questa volta. Non aiuta le indagini, certo, il fatto che l’autore delle stragi, in genere le concluda con il suicidio; qualche volta per convinzione, altre perché, come è accaduto al Virginia Tech, lo attendevano le pallottole della polizia che aveva circondato il suo rifugio. In entrambi i casi, una traiettoria senza ritorno.
Alberto Pasolini Zanelli