«L’8 marzo della mia nuova vita» La verità di Veronica De Laurentiis

L’8 marzo di Veronica De Laurentiis è una giornata semplice. «A Roma, libreria Feltrinelli, a presentare il mio libro, firmare copie, chiacchierare a lungo con i lettori per spiegare che il segreto della vita è non avere segreti. Non tenersi le tragedie dentro, chiedere aiuto, perché nella vita si possono fare scelte sbagliate ma a ciascuno è data una seconda possibilità». Lei è la splendida figlia del produttore Dino De Laurentiis e di Silvana Mangano, una donna che poteva avere tutto dalla vita e se n’è accorta soltanto dopo una catena di dolori e violenze. Che, dice oggi, «non sono l’ultima parola per nessuno».
Il libro (Rivoglio la mia vita, edizioni e/o) lanciato in autunno ha fatto scalpore per gli episodi narrati dalla primogenita del grande produttore. La severità di una famiglia importante ma arida, la violenza subita a 18 anni, i 15 anni di un matrimonio senza futuro, la successiva scoperta di aver vissuto con un mostro che abusava delle figlie. E proprio in fondo all’abisso, nel cuore misterioso di un’esistenza sfregiata, questa donna bella, ricca e quasi perduta ha trovato qualcosa che le ha fatto rialzare la testa. Oggi è la festa di donne come lei.
«Quando ho scoperto le violenze sui miei figli mi sono chiesta come avevo potuto vivere con un uomo del genere - racconta -. Mi sono fatta l’esame di coscienza. Sono stata costretta a prendermi sul serio, a rispondere alle domande che avevo sempre taciuto con vergogna. Ho capito che se non si ama se stessi non si può vivere felici».
Veronica De Laurentiis non si voleva bene. «Sono nata in una famiglia incapace di manifestare domande, bisogni, emozioni. Certo che papà e mamma mi amavano, ma non sapevano esprimerlo. Non erano capaci di avvicinarsi fisicamente, con il tatto, con una carezza. Non sapevano neppure dire: ti voglio bene. Non è colpa loro, nessuno gliel’aveva insegnato. Non li accuso di nulla, gli voglio bene e gli sono grata, ma non ripeterò i loro errori. Certe cose della mia famiglia non si replicheranno con i miei figli. Da bambina pensavo che non meritavo la vita, che ero indegna della bellezza, che desiderare un’esistenza felice fosse un egoismo che ti devi strappare di dosso. Sono cresciuta insicura di me. Anch’io credevo di essere condannata alla tristezza. Nulla poteva soddisfarmi. Davanti vedevo figure come quella di mia madre, che aveva avuto tutto ed era infelice».
Una mamma che resta lontana dalla figlia anche dopo il dramma di una violenza. «Ero terrorizzata, reprimevo questa cosa che avevo dentro», dice nell’intervista a Maurizio Belpietro per la puntata dell’Antipatico in onda stasera alle 19,30 su Retequattro. Ma la scoperta, anni dopo, delle violenze del marito sui figli è stato un trauma ancora peggiore. «Allora ho dovuto guardare in faccia la verità della mia vita. Ho dovuto scuotermi. Ho cominciato un lungo viaggio introspettivo fatto di terapia, studio, lettura. Ho capito il motivo di certe azioni e ho lasciato alle spalle i meccanismi che mi facevano reagire automaticamente alla vita. Mi sono perdonata e ho perdonato tutte le persone che accusavo per la mia infelicità. La mia salvezza è essere stata sincera con me stessa, accettare nel bene e nel male chi ero. Sono rinata. E mi sono ripresa la mia vita».
La prima decisione è stata quella di denunciare l’ex marito. «In questi terribili crimini sessuali è proprio la vittima che si sente colpevole. Non avevo capito che gesti all’apparenza piccoli e isolati come un solo schiaffo preso in silenzio sono già l’orlo del precipizio. Io l’ho preso e ho taciuto, e poi ho sopportato le violenze mentali, l’isolamento, l’assenza di rispetto. Ma la violenza sulle figlie, quello è intollerabile». L’uomo è stato condannato a 14 anni, sette li ha scontati in prigione, poi è stato scarcerato per buona condotta ed espulso dagli Stati Uniti.
Lunghi anni in cui imparare a vivere, ad avere coraggio, a non buttarsi via, a circondarsi di persone che ti vogliono bene per quello che sei e non per come ti vorrebbero. Non è stato facile a Los Angeles, la città di Veronica De Laurentiis. Poi il libro, perché «soltanto parlando si può spezzare il circolo di un’esistenza tragica», e l’incontro con tante persone, donne soprattutto, che si riconoscono in queste pagine tormentate e si rispecchiano nel disperato desiderio di dare significato alle ferite della vita.
Il libro potrebbe diventare un film: «È scritto come un romanzo, vedo già ogni scena sullo schermo». Ma con un padre che ha fatto la storia del cinema, quel volume potrebbe anche aprire nuove crepe nel rapporto con i genitori. «Papà non era d’accordo che pubblicassi la mia storia, lui è convinto che i panni sporchi vadano lavati in casa. Io invece lavo tutto in piazza. Le vecchie generazioni devono cambiare mentalità. Lo capirà? Spero di sì. Credo che dentro di lui sia orgoglioso di me. Mamma lo è. Una volta mi disse: tu sei l’unica coraggiosa che racconterà la verità. Lei non ha avuto la forza di guardare in se stessa ed è rimasta infelice, prigioniera della tristezza, e forse ha visto che attraverso di me poteva esserci una speranza anche per lei. Ma anch’io sono mamma, e la mia forza è sapere che oggi i miei figli possono avere la vita che vogliono».