L’8 settembre nei Balcani: una tragedia

L a storia politica del fascismo registra una serie innumerevole di contributi storiografici di varia natura, che in questi ultimi anni hanno anche alimentato aspre polemiche ideologiche. Molto meno, invece, sono le monografie di pregio relative alla storia militare e alla Seconda guerra mondiale. In modo particolare è persistita finora una mancanza notevole riguardante la guerra condotta dalle forze armate italiane nei Balcani; un vuoto, questo, egregiamente colmato da un’ampia ricostruzione a opera di Elena Aga Rossi e Maria Teresa Giusti, Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani 1940-1945, Il Mulino, pagg. 660, euro 33.
Le autrici ripercorrono tutta la vicenda bellica del quinquennio 1940-45: l’annessione dell’Albania, l’attacco alla Grecia, la spartizione della Jugoslavia, la resistenza da parte delle popolazioni locali, la nascita e lo sviluppo della guerriglia partigiana e i suoi rapporti con gli anglo-americani, la repressione di tali insorgenze, l’armistizio dell’8 settembre, la feroce reazione tedesca al voltafaccia italiano, i drammatici momenti della scelta tra la prigionia in Germania, la collaborazione con i nazisti o l’adesione alle formazioni resistenziali, gli strascichi postbellici protrattisi ben oltre il 1945.
Il momento centrale e decisivo è rappresentato dall’8 settembre, poiché all’armistizio stilato fra gli alleati e il governo italiano seguì uno sbandamento generale, che vide i tedeschi acquisire il controllo su tutta l’area e catturare centinaia di migliaia di prigionieri. Dei 650 mila militari italiani stanziati tra i Balcani e le isole greche, circa 430 mila furono fatti prigionieri e per lo più inviati in campi di internamento in Germania e in Polonia, mentre una parte rimase nella zona fino alla liberazione. Non pochi furono i tentativi di resistere alla volontà nazista, la quale, comunque, si attuò inesorabilmente con diverse stragi, a cominciare dall’eccidio della divisione Acqui avvenuto a Cefalonia. A questo proposito Aga Rossi e Giusti ridimensionano il numero dei caduti (in combattimento o trucidati dai tedeschi), che, secondo il loro computo, passerebbe da novemila a circa duemila. Altri aggiustamenti di tiro operati dalle autrici riguardano aspetti altamente problematici: ci riferiamo, a esempio, agli atteggiamenti assunti dai soldati e dagli ufficiali di fronte all’armistizio. A fronte di una maggioranza che scelse di non scegliere, vi furono due opposte minoranze per nulla trascurabili: da una parte coloro che decisero di collaborare con il Terzo Reich, dall’altra coloro che si unirono alla lotta di resistenza contro il nazifascismo. In entrambi i casi il loro destino fu tragico perché anche chi scelse di combattere a fianco dei partigiani greci e jugoslavi subì, in molti casi, un trattamento spietato.
Ne esce una fotografia terribile di una intera nazione allo sbando, che si trascinerà nei decenni posteriori con strascichi di polemiche interminabili e laceranti, destinate a lasciare un segno pesante nelle successive interpretazioni storiografiche. La storia di quegli anni ci lascia insomma una memoria drammaticamente divisa che ancora oggi risulta difficile ricomporre.