L’abate piccante che accese i lumi di Parigi

Tanto brutto quanto brillante, a un ballo in costume pizzicò il didietro alla regina. Si salvò con una battuta. Scrisse un trattato degno di Adam Smith e mise in riga persino Voltaire

È stata la più riuscita combinazione tra fatuità e sapienza che abbia prodotto il secolo dei lumi. Fu l’italiano che meglio incarnò la verve del ’700, ottenendo il massimo successo proprio nel tempio di quello stile di vita: il salotto parigino.
La natura non lo aveva aiutato nel fisico, dandogli un che di caricaturale. Piccola statura, testa grossa, aspetto meschino. Ma lo spirito vivace trionfò sull’handicap, incantando chiunque lo abbia avvicinato. Spedito a Parigi come segretario d’ambasciata da Bernardo Tanucci, primo ministro del Regno di Napoli, il Nostro si recò a reggia per le credenziali. Vedendo quel brutto anatroccolo in abito talare, i cortigiani cominciarono a motteggiare. Luigi XV fu avvertito di tenersi forte. Il trentunenne, che aveva subito capito le ragioni del tramestio, giunto davanti al re disse: «Sire, oggi voi non vedete che un campione (un échantillon) del segretario; il segretario viene dopo». Il re rise conquistato e i nobili si inchinarono all’arguzia dell’abate napoletano.
La boutade non era solo frutto dell’estro del momento, ma di attenta riflessione su se stesso. Preso atto con realismo del divario che c’era in lui tra intelligenza e aspetto, il Nostro si era fin da giovane autodefinito «due uomini diversi impastati in uno solo e che tuttavia non occupano il posto di uno solo». Come dire: valgo due, tre, cinque volte il mio prossimo. Decise di far perno sulla testa e infischiarsi del corpo, giocare sull’ironia e avere sempre l’ultima parola.
Nato a Chieti, il Nostro apparteneva a famiglia altolocata di ceppo irpino. A otto anni era a Napoli amorevolmente seguito dallo zio Celestino, arcivescovo di Taranto, che a 16 anni gli fece prendere gli ordini. Il ragazzo aveva una modesta vocazione religiosa, ma lo zio pensò che la veste talare gli avrebbe conferito l’autorità che il fisico gli negava, oltre a una buona rendita. Il giovanotto fece studi letterari, diventando un eccellente latinista. Temperamento mordace, divenne presto noto in città per le fulminee battute. Una volta che ascoltava un’artista non più giovane di cui tutti lodavano la voce, disse: «È la più bella asma che abbia mai sentita». Si fece ovviamente diversi nemici, mentre lo zio si inquietava vedendolo sprecare le giornate in lazzi anziché trovare la sua strada.
Ma l’arcivescovo sbagliava. L’intelligenza del nipote stava maturando al galoppo e in una direzione inaspettata. Improvvisamente e a soli 22 anni dette alle stampe, in forma anonima, un trattato sulla Moneta in cinque tomi. Ignorandone l’autore, lo zio lo lesse, convocò il nipote e indicando i volumi lo rimproverò: «Ecco cosa significa lavorare seriamente, invece di sprecare il tempo satireggiando la gente». Molti lodarono l’opera, salvo ritrattare quando seppero che a comporla era stato quell’abate scavezzacollo. Queste meschinità tuttavia non impedirono all’autore di diventare celebre in Europa. Nulla di paragonabile al suo saggio era apparso prima, né il Italia, né in Francia. Solo Adamo Smith in Inghilterra poteva reggere il confronto col giovanotto napoletano. Avendo un genio in casa, il Tanucci decise di servirsene e, come sappiamo, lo spedì in missione in Francia.
L’abate rimase a Parigi dal 1759 al 1769, parigino tra i parigini. Fu il principe dei salotti, la gioia della corte, il beniamino dell’intellighenzia illuminista. «Egli è inesauribile. Con lui non c’è silenzio, alimenta da solo le conversazioni», diceva Diderot. Anche il contrasto tra corpo buffo e testa si rivelò un ingrediente del successo. Il Grimm, amante di Madame d’Epinay, la nobildonna con cui l’abate scambiò il celeberrimo Epistolario, lo definiva «un Platone con la verve di Arlecchino» e Marmontel aggiungeva: «Ma sulle spalle di questo Arlecchino, c’è la testa di Machiavelli». Ebbe rapporti confidenziali ai più alti livelli. A un ballo in costume, non resistette alla tentazione di pizzicare il sedere della sua dama che, offesa, si tolse la maschera. Era, ahimè, la regina. Per quanto atterrito, l’abate reagì da par suo. «Se il vostro cuore è duro come il vostro culo sono fritto», disse. E fu salvo. Un giorno Voltaire andò in casa sua e non trovandolo gli lasciò un biglietto: «Porco». Il Nostro restituì poi la visita dicendo al filosofo: «Ho trovato in casa il vostro nome. Che desiderate?».
Richiamato in Italia, l’abate pianse: aveva la Francia nel cuore. Da Napoli, scrisse a Madame d’Epinay: «Parigi è la mia patria... Piangetemi come morto se non tornerò». Non tornò e 15 anni dopo morì anche la d’Epinay che con le sue lettere lo aveva consolato della lontananza. Ormai non era più quello di prima, ma a 42 anni scrisse ancora un libro di successo, Sul commercio dei grani. Si era intanto legato a Ferdinando IV, marito della fedifraga Maria Carolina. Un giorno, mentre il Nostro saliva le scale della reggia, il re gli lanciò dall’alto il cornetto che stava mangiando. L’altro si bloccò e disse: «Aspetto che Vostra Maestà finisca di pettinarsi».
A 59 anni, questo bello spirito si accomiatò come aveva vissuto: «I morti mi hanno mandato il biglietto da visita perché vada a rallegrare le loro conversazioni».
Chi era?