L’ABBAGLIO DEMOCRATICO

Sappiamo tutti che la sinistra italiana ha una grande capacità di mobilitazione. Quante volte sono stati esibiti «milioni di persone in piazza»? È successo anche ieri, con la «prima volta» delle primarie per designare un candidato alla Presidenza del Consiglio che i vari partiti dell'Unione hanno già indicato da almeno due anni. Complimenti. C'è l'ennesima conferma della presenza di una forza che organizza seggi elettorali, che chiama alle urne, che sa parlare ai «suoi». Ma l'errore - direi l'arbitrio politico - commesso da Romano Prodi e da Piero Fassino è quello di presentare l'affluenza alle urne come una «prova di democrazia» e di esibirla come un patrimonio morale da contrapporre all'approvazione, avvenuta in settimana alla Camera, della riforma elettorale. Forse la leadership dell'Unione temeva che la sconfitta dell'ostruzionismo parlamentare avesse un effetto depressivo sul suo popolo, aveva paura di uno psicodramma collettivo. Forse, in queste notti, era stata tormentata dall'incubo di una vittoria considerata da mesi sicura e, all'improvviso, messa in forse. E quindi ha dapprima tirato un sospiro di sollievo e poi, via via, con il passar delle ore si è lasciata prendere dall'euforia.
Ma non si può confondere la partecipazione con la democrazia. La partecipazione è dettata da tante ragioni, da un interesse materiale, da una convinzione politica, da un desiderio individuale di essere presente o di dimostrare la propria esistenza. La democrazia significa qualcosa di più: che ogni uomo equivale ad un voto e che una società è rappresentata dall'insieme dei suoi componenti e non da una sua parte, tanto più se è una minoranza. E che, quindi, un Parlamento eletto continua ad avere un valore democratico superiore alle indicazioni di una votazione primaria. Solo una cultura sessantottina può cadere nell'abbaglio di dare un peso assoluto ad un'assemblea, ad un corteo o ad una manifestazione di popolo, così come ad una consultazione parziale. Solo una distorsione ideologica può indurre qualcuno a pensare che una conta, appunto, di parte possa tratteggiare l'immagine compiuta di un Paese. E l'errore compiuto da Prodi e Fassino sta qui, sta nel ritenere che la capacità organizzativa del centrosinistra rappresenti la democrazia e che tutto il resto ne sia escluso. Anzi, che tutto il resto sia l'anti-democrazia.
Un errore dovuto anche alla mancanza di cautela. Il primo ad infrangere questa immagine salvifica delle primarie dell'Unione è stato infatti uno dei contendenti di Prodi, cioè Clemente Mastella. Credo che nessun esponente della Cdl sia riuscito ad essere efficace come il padre dell'Udeur nel definire i limiti del successo rivendicato ieri da Prodi. Non serve citare le sue parole, se non una frase ascoltata ieri ad un tg: «Diranno che ci sono stati quattro milioni di voti...». È una frase che indica un problema molto serio, che non riguarda coloro che hanno partecipato alla consultazione di ieri, ma chi le ha organizzate e le loro intenzioni. Cioè il divario tra l'uso propagandistico di un'iniziativa politica, capace di mobilitare tutte le energie possibili del centrosinistra, e il suo valore reale. Ha detto, in sostanza, Mastella che è stato solo un grande happening - una «notte bianca» alla luce del sole - che non serviva però a contare democraticamente il peso dei candidati, perché c'erano degli esclusi in partenza, in primo luogo lui, l'«eretico centrista». Non chiamiamole quindi primarie. Sono state una forma innovativa, creativa, delle vecchie forme di mobilitazione di cui il centrosinistra è maestro, sostituendo le idee con il movimento.