L’abbraccio dei romani per don Andrea Santoro

Oggi sarà il giorno della celebrazione solenne; ieri, per don Andrea, è stato il giorno della sua gente, di quel suo popolo accomunato dalla fede, che lo ha vegliato senza sosta, senza lasciarlo mai solo, nella sua parrocchia dei santi Fabiano e Venanzio. La parrocchia al quartiere di villa Fiorelli a Roma dove per sei anni ha ascoltato la sua gente, ha battezzato i bambini, ha predicato la sua parola. E dove ha lasciato un segno profondo. Chi con un giglio, chi con un mazzo di fiori allegro, colorato, il popolo di don Andrea non ha smesso mai di pregare, di accarezzare quella stola rossa, «scelta perché simboleggia il martirio» appoggiata su una bara semplice dentro la quale il sacerdote del dialogo è «rivolto verso il popolo e non verso l’altare». Solo per qualche ora la mamma e le sue sorelle lo hanno lasciato all’abbraccio delle migliaia di persone, di ogni età. «Qui è la sua famiglia», ha detto loro don Marco, il parroco della chiesa per convincerle. «È così», ha ammesso la mamma. Una mamma, straordinariamente somigliante al figlio, che al ministro degli Esteri Gianfranco Fini, venuto «come cittadino prima che come ministro degli Esteri a rendere omaggio alla figura il cui sacrificio ha commosso tutti» ha chiesto solo una cosa: «Dite alle autorità turche che ho già perdonato chi ha ucciso il mio figliolo». Fini lo farà, stamattina, telefonando personalmente al presidente Erdogan. La città intera ha abbracciato il suo sacerdote e per rappresentare questa vicinanza anche il sindaco Walter Veltroni è andato a rendergli omaggio.