L’abbraccio mortale delle toghe

In principio fu un bacio, ora è il caos. Quello che sta succedendo sul caso Fazio/Fiorani è un ritorno al futuro. Meccanismi a orologeria, tic tac del Palazzo e circuito mediatico-giudiziario sono ritornati sul palcoscenico degli anni Novanta. Allora furono i partiti ad essere spazzati via e la geografia politica ad essere ridisegnata, oggi i pupari sono gli stessi ma i pupi da sacrificare sono i nouveau riche e l'old man di Bankitalia. Negli anni Novanta le banconote nel gabinetto di Mario Chiesa aprirono la stagione della finta rivoluzione giudiziaria che doveva spazzare via Dc e Psi. Nel terzo millennio la magistratura punta sull'ultimo potere rimasto, la finanza creativa dei nuovi maestri del capitale globale. Dove le istituzioni sono deboli, una magistratura senza argini e contrappesi invade il campo. È una lezione che ci viene dai tempi di Montesquieu, ma che l'Italia sembra non averla mai imparata. Era successo al tramonto degli anni Ottanta e all'alba degli anni Novanta, si ripete oggi con invariabile geometria e potenza.
Le inchieste della magistratura sono salutari quando puntano a ripristinare la legalità, ma quando vogliono sostituire e interpretare il ruolo di altri poteri diventano nitroglicerina e minano l'equilibrio sociale. La libera circolazione dei capitali, delle idee, la dinamica delle imprese, le quotazioni dei titoli e il loro scambio non possono essere eternamente sub judice. Vale per la politica e vale ancor più per il mercato. Non elogiamo la teoria del laissez faire, delle mani libere a tutti i costi, ma non esultiamo neppure di fronte al ritorno di certe mani pulite allo sportello. La magistratura inquirente nel nostro Paese è stata la ruspa usata dall'impresa di demolizioni che faceva proprio il motto gattopardesco «bisogna che tutto cambi affinché tutto rimanga come prima». La differenza rispetto a dieci anni fa è che il potere politico è ancora debole, in continua fase di ristrutturazione e transizione, è sulla linea della trincea ma non avanza perché non ha saputo interpretare la modernità. I suoi strumenti sono rimasti gli stessi, mentre il potere giudiziario ha accresciuto la sua potenza con l'innesto di «armi» sempre più sofisticate. Non esiste alcun potere della Repubblica che possa monitorare lo «spettro elettromagnetico» a 360 gradi e trarne informazioni tali da cambiare le sorti del Paese.
È stato il governo Berlusconi a introdurre in Italia il reato di market abuse e grazie a quelle leggi la magistratura interviene. Bene. Ma introducendo quelle norme Palazzo Chigi - spinto dall'emergenza dello scandalo Parmalat - ha dimenticato di «pesare» il potere della magistratura e non ha «regolato» con la riforma della giustizia e altre leggi ad hoc alcuni aspetti essenziali dell'azione dei giudici. Primo tra tutti l'uso delle intercettazioni telefoniche che in Italia è allarmante, senza paragoni nel mondo. Le toghe oggi non sono più un ordine come recita la nostra Costituzione, ma un potere vero e proprio che non conosce confini (il mandato d'arresto europeo ne è l'esempio) e limiti perché manca una vera riforma del Consiglio superiore della magistratura. Un potere non paritario, ma sovraordinato rispetto allo stesso Parlamento, tanto da pretendere di giudicare in via preventiva le leggi che riguardano la giustizia e di fatto non applicare quelle che ritiene un intralcio, regole disciplinari comprese.
Alla fine della fiera, il problema non è Antonio Fazio e non è la sacralità di Bankitalia. Un amico banchiere soleva dire: le cose sono più forti degli uomini. Se questa massima ha un valore, allora il problema non è il bacio in fronte a Tonino Fazio, ma l'abbraccio mortale tra il fronte della conservazione e il fronte giudiziario senza controllo.