L’abbraccio in piazza con gli 80mila di Cl

da Roma

Il colonnato del Bernini sembra il portico di un immenso chiostro battuto dalla pioggia sottile quando gli ottantamila ciellini intonano le preghiere delle Lodi, tutte recitate a una sola voce su un’unica nota. Piazza San Pietro prende l’aspetto di un enorme monastero silenzioso quando va al microfono don Julián Carrón, il successore di don Giussani, per invitare il popolo che sta davanti a lui a trasformarsi in «un mendicante: l’uomo più realista perché si riconosce bisognoso di tutto». Papa Benedetto quasi balbetta a pronunciare il nome del fondatore di Comunione e Liberazione, «don Luigi Giussani grazie ai nostri frequenti incontri era ormai diventato per me un vero amico».
Piove su San Pietro, la stessa pioggia di due anni fa a Milano nel giorno dei funerali di don Giussani, quando l’allora cardinale Ratzinger salutò per l’ultima volta «il prete della bellezza». Una pioggia che costringe tutti all’essenzialità e che assieme alla semplicità dell’udienza (solamente canti della tradizione medievale e bizantino-slava prima dei due discorsi di Carrón e del Papa) danno l’idea di un rapporto, quello tra Cl e Benedetto XVI, che non ha bisogno di grandi manifestazioni esteriori.
Nel cuore della cristianità risuonano Mozart e Beethoven, non musica sacra, prediletti da don Giussani, e la lunga attesa (la piazza è stata aperta alle 8) è accompagnata dalle immagini che scorrono sui maxi schermi: i mosaici di Monreale, gli affreschi di Duccio da Buoninsegna e Masaccio, le tele di Caravaggio. Il Papa si tuffa in mezzo alla gente di Cl. La «Papamobile» scoperta si affaccia sulla piazza a mezzogiorno, mentre dal pulpito vengono lette parole del Giuss.
Il grande ombrello bianco che protegge Ratzinger dalla pioggia galleggia per venti minuti sulla folla, tra canti e applausi, fino in via della Conciliazione. La gente sventola fazzoletti gialli e rossi, qualcuno urla «Viva il Papa», nessun cartello, lungo il colonnato quattro striscioni giganteschi con una frase di don Giussani che è lo slogan dell’udienza («Instancabile apertura, fedelissima unità») e una del Papa («Cristo non toglie nulla e dona tutto»).
È stato il Papa a volere questa udienza sul sagrato. L’appuntamento era già stato fissato per l’11 febbraio: venticinque anni prima il Vaticano proprio nella festa della Madonna di Lourdes aveva riconosciuto ufficialmente la fraternità di Cl. L’udienza era fissata nell’aula Nervi. Ottomila posti. «Ma io vi voglio incontrare tutti», disse il Papa, così l’udienza al coperto e a numero chiuso è slittata ed è diventata una clamorosa manifestazione di folla.
La piazza è traboccante, giovani, famiglie con bambini, anziani: il cosiddetto «popolo di Cl» è davvero un popolo di ogni età e condizione sociale, composto sotto la pioggia e fedele alla consegna della vigilia secondo cui l’udienza «è un gesto di preghiera». Carrón commemora brevemente don Giussani e poi invita i suoi «a un atteggiamento di attesa di quello che ci verrà detto e di domanda di essere disponibili ad accogliere ciò che il Papa ci dirà».
Accanto al palco di Benedetto XVI, sei cardinali guidati dal segretario di Stato Tarcisio Bertone tra i quali è presente l’arcivescovo di Madrid Rouco Varela, che fu restio al trasferimento di Carrón dalla capitale spagnola a Milano, ma tra i quali mancava il patriarca di Venezia Angelo Scola. Con i cardinali la decina di vescovi di Comunione e Liberazione (un applauso ha salutato monsignor Luigi Negri) e i responsabili del movimento che al termine dell’udienza hanno salutato il Papa a uno a uno. Un solo politico, Francesco Cossiga. Che ha reso omaggio a Benedetto XVI avvicinandosi a fatica e inginocchiandosi davanti a lui.