L’accanimento giudiziario

Paolo Becchi*

L’opinione pubblica italiana è divisa sul destino di Eluana, tra coloro i quali ritengono inaccettabile lasciarla morire di sete e di fame e coloro i quali invece non vedono alternative a quella vita «vegetale» priva di qualsiasi senso. Quello su cui vorrei richiamare l’attenzione dei lettori è l’uso strumentale che si sta facendo del caso di Eluana, proprio da parte di coloro che si battono per l’interruzione del trattamento di sostegno vitale, considerando lesivo della dignità umana il protrarsi di quella condizione.

Nel caso di Eluana non c’è accanimento terapeutico, quello che semmai si sta verificando è una sorta di accanimento giudiziario, questo sì lesivo della dignità umana. Come è noto il nostro ordinamento giudiziario, dopo un lunghissimo iter processuale, a giugno dello scorso anno ha concesso l’autorizzazione alla sospensione del trattamento. Viene allora da chiedersi perché Eluana sia ancora viva. La responsabilità principale dell’attuale situazione di impasse è dovuta proprio ai giudici che, autorizzando la sospensione, hanno creduto di individuare in hospice o in altro luogo di ricovero confacente i luoghi dove si sarebbe potuta attuare l’interruzione del trattamento. Scelta poco felice, perché all’hospice si rivolgono i malati terminali non per essere messi a morte, ma per venire curati con la cosiddetta medicina palliativa.

Un altro luogo di ricovero potrebbe essere l’ospedale, ma lo scopo di questa struttura è - sinora - quello di guarire. Se Eluana proprio deve morire, la scelta più umana e dignitosa sarebbe stata quella di lasciarla morire nella sua casa. Questa soluzione, anche se non prevista dai giudici, poteva essere fatta propria dal padre-tutore, considerando le difficoltà che nel frattempo si cominciavano ad avere nella ricerca di una struttura adeguata ad accogliere Eluana. Invece si è scelto di ricorrere al Tar chiedendo che venisse annullato il provvedimento della Regione Lombardia che vietava al personale sanitario della regione di interrompere il trattamento di sostegno vitale. Il Tar ha accolto ricorso e annullato l’atto.

A questo punto è lecito chiedersi: perché si è deciso di ricorrere al Tar? Nessuno, infatti, gli impedisce, anche se ciò non è esplicitamente previsto dai giudici, di portare a casa la figlia e con quel minimo di assistenza medica che richiede la sospensione del trattamento di sostegno vitale effettuarlo lì. Se si avesse avuto veramente a cuore il destino di Eluana, ritenendo lesivo della sua dignità il protrarsi di quella situazione, si sarebbe dovuto procedere il più rapidamente possibile alla sospensione del trattamento e strade percorribili, dopo il decreto del giugno scorso, ve ne erano.

Si è invece voluto puntare ancora una volta sui giudici, con lo scopo velato di ottenere dal Tar quello che la Corte di appello non aveva dato: e cioè l’obbligo di eseguire la sospensione del trattamento da parte di una determinata struttura pubblica ospedaliera. È questo in fondo l’obiettivo che si voleva raggiungere e per questo si è utilizzata strumentalmente la vita di Eluana. Eluana è diventata un semplice mezzo per raggiungere uno scopo da lei completamente indipendente.
*Professore ordinario di Filosofia del diritto - Università di Genova