L’accoglienza agli stranieri spacca anche l’America È scontro sulle espulsioni

Non sono rose e fiori neppure negli Stati Uniti, il melting pot per eccellenza, il luogo sul pianeta dove è stato più facile mettere radici e aprire una lavanderia a San Francisco o una pizzeria a Staten Island e ritrovarsi «americano» a tutti gli effetti nel volgere di una manciata di anni.
E se non lo diventava di diritto il cinese di Canton o il pizzaiolo di Somma Vesuviana (piuttosto che i metalmeccanici ucraini che cantano con Robert De Niro l’inno americano alla fine del film Il Cacciatore, poiché si sentono più americani degli americani), lo diventavano certamente, di diritto, i loro figli nati sul suolo americano. Il diritto del suolo, appunto. Lo jus soli, per dirla in latino.
Ora, anche negli States, le maglie si stanno facendo più strette. E ci sono Stati, come lo Utah, l’Arizona, l’Alabama e il South Carolina dove le leggi federali in materia di immigrazione, ritenute troppo permissive, vengono messe apertamente in discussione e «riscritte», Stato per Stato.
A finire ultimamente sotto la lente d’ingrandimento del Dipartimento di Giustizia è stata la legge sull’immigrazione dello Utah, accusata addirittura di violare la Costituzione degli Stati Uniti in materia. Ne va della libertà personale degli individui la cui cittadinanza è rimessa in discussione da Stato a Stato, ha ammonito la stessa Janet Napolitano, segretario alla Difesa nazionale.
Sicchè ci sono soggetti che, a seconda delle coordinate geografiche in cui si trovano o transitano, potrebbero essere perseguiti e perfino privati della libertà personale, mette in guardia il Dipartimento di Giustizia.
Insomma: un dissennato «patchwork di leggi sull’immigrazione, destinato a creare ulteriori problemi nella nostra legislazione in materia», per dirla con le parole del procuratore generale Eric Holder.
E mentre in Italia è la Lega che ha imbastito la polemica contestando violentemente la presa di posizione di Napolitano, negli Usa il dibattito turbina perfino tra le fila dei conservatori. Chi avrebbe mai detto, per esempio, che il neocon Newt Gingrich si sarebbe scoperta un’anima «moderata» su un tema bollente come gli 11 milioni di «sans papier» attualmente presenti negli Usa? E giacchè il dibattito verte sull’espulsione di immigrati che hanno commesso reati gravi, anche se nel frattempo hanno ottenuto la cittadinanza, Gingrich punta i piedi. «Io non credo -ha detto- che il popolo degli Stati Uniti sia disposto a prendere per la collottola persone che hanno vissuto in questo Paese per un quarto di secolo, che hanno figli e nipoti, e magari hanno fatto qualcosa di illegale 25 anni fa, e separarli dalle loro famiglie espellendoli».
Contrario alle tesi di Gingrich è un altro repubblicano duro e puro, Mitt Romney, che per bocca del suo portavoce non ha esitato a rinfacciare a Gingrich certe sue debolezze, come quella di aver avallato la legge del 1986 che fece tabula rasa delle posizioni irregolari varando una sorta di amnistia sugli immigrati a quel tempo presenti senza documenti in regola nel Paese. «Gingrich appoggiò quella legge dicendo di sapere che era un errore, e oggi lo vuole ripetere», dice Romney. Che per gli irregolari ha una ricetta pronta: «Se agli irregolari si taglia il posto di lavoro, se non hanno le carte in regola per lavorare e non possono usufruire dei benefici statali, ebbene, se ne andranno altrove».