L’accoglienza trionfale di Lula al leader che odia gli ebrei

BENVENUTO Brasilia ritiene Teheran l’esempio di uno Stato libero e progressista

Vai si cambia aria. Basta con le lamentele e le suppliche di quei fascistoni d’italiani, basta con le proteste dei reazionari annidati nei corridoi della Farnesina e dell’Ambasciata d’Italia. Basta con i grattacapi e i pensieri procurati dalla difesa a spada tratta del povero «scrittore» Cesare Battisti. Basta perché oggi a Brasilia arriva Lui e il presidente Luiz Inacio Lula da Silva, detto Lula, può finalmente occuparsi di cose serie, stringere la mano a un vero leader progressista, discutere alla pari con il presidente di una nazione autenticamente libera e garantista.
Lui, se non lo sapete, è il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad protagonista questa mattina della prima visita ufficiale di un capo di Stato della Repubblica Islamica nello stato federale considerato il faro delle democrazie sudamericane. Così Lula - invece di perder tempo a riflettere se firmare l’estradizione dello «scrittore» (così lo chiama lui) Battisti - può correre a srotolare il tappeto rosso. Pensate a un sottile imbarazzo? V’immaginate rapide e impacciate strette di mano? Sbagliate. E di grosso. Quella visita il buon Lula se la pregusta da tempo. Attende l’omologo iraniano fin dallo scorso 4 maggio quando Ahmadinejad, troppo preso a taroccar le imminenti elezioni presidenziali, gli diede buca con poche ore di preavviso. Da allora Lula lo attende con certosina pazienza, da allora non perde occasione per rintuzzare gli attacchi di chi gli chiede conto di quell’ingombrante visita a domicilio. L’ultima volta l’11 novembre quando ha approfittato della visita del presidente israeliano Shimon Peres per ricordare che «non si costruisce la pace se non si dialoga con tutte le forze politiche e religiose». Peres avrebbe potuto ricordargli quanto sia difficile discutere con chi sogna solo di cancellarti dalla carta geografica, ma visto che la visita era di cortesia s’è sorbito il Lula pistolotto chiuso dal solenne impegno a «condannare qualsiasi forma di terrorismo». Battisti e assassini rossi compresi? Se la domanda messa così non vale Lula potrebbe almeno spiegare come concili il benvenuto ad Ahmadinejad con le ventennali attività dei militanti di hezbollah e dei loro amici pasdaran nella cosiddetta Tripla Frontiera, la zona all’intersezione tra Paraguay, Brasile e Argentina definita dal dipartimento di Stato «un punto focale del terrorismo islamico» e inserita nelle liste delle più grandi centrali planetarie di attività clandestine e riciclaggio del denaro sporco.
Lula sull’argomento sorvola, ma per lui parlano i zelanti capi della polizia brasiliana sempre prontissimi nello smentire le preoccupazioni dei gringos. Lula, invece, spara a zero sulle sanzioni Onu contro il nucleare iraniano e sulle richieste di nuove misure punitive. A dar retta al presidente più democratico dell’America latina tutta quella campagna è la premessa di una nuova aggressione internazionale e ricorda tanto la guerra a quel bonaccione di Sadam Hussein. «Chi difendeva la guerra in Irak ancora non ci spiega perché si sia invaso un Paese dove non c’erano armi di distruzioni di massa e io ho l’impressione - dichiara Lula in un’intervista alla France Press dello scorso settembre - che con l’Iran stia succedendo qualcosa di simile». E al quotidiano Globo che gli chiede conto di quella difesa d’ufficio risponde «Io non do retta alle indiscrezioni e fino a ora nessuno ha saputo smentire le tesi secondo cui l’Iran intende usare il nucleare unicamente per scopi pacifici».
Se il garantismo sulla questione nucleare iraniana rientra nella categoria dei legittimi punti di vista, più preoccupanti sono le dichiarazioni distribuite da Lula all’indomani delle elezioni presidenziali iraniane vinte con la frode da Ahmadinejad. Mentre i miliziani basiji sparavano sui dimostranti e la polizia torturava gli oppositori in carcere, «Pilato» Lula se ne lavava le mani e dichiarava «Che diritto ho io da presidente brasiliano di questionare sul voto iraniano?». E più tardi chiariva ai giornalisti brasiliani che per lui tutti quei disordini e scontri nelle piazze iraniane non erano altro che «lacrime di poveri perdenti». Oggi finalmente potrà stringere la mano al vero vincitore. Complimenti signor Lula.