L’accordo con Veltroni non è un inciucio

Caro sig. Granzotto, rimango perplesso sul fatto che non si parla mai di una riforma elettorale che ricalchi quella degli Stati Uniti d’America. Cos’è, un’americanata? Una cosa che non si può applicare nel nostro Paese? Non siamo all’altezza? È troppo difficile o forse troppo semplice? O perché potrebbe facilmente vincere Berlusconi? Non è vera democrazia? O anche perché alla fine di un’amministrazione, oltre il presidente, vanno a casa all’incirca 20mila dipendenti statali? O forse perché un presidente della Repubblica con le sue migliaia di dipendenti in America risulta superfluo o del tutto inutile?


Niente da fare, caro Pertile. Tutto può accadere, ma è assai improbabile che il sistema, anzi i sistemi elettorali in uso negli Stati Uniti possano essere adottati da noi. Il primo dei due, quello per la elezione del Congresso, perché di spietata semplicità: un maggioritario extrasecco (sintetizzato nel «first past the post», chi ha ottenuto più voti passa) preceduto dalle primarie per la scelta dei candidati. Una squisitezza di sistema elettorale che se importato metterebbe fuori gioco una moltitudine di galli, galletti e capponi - molti capponi - della Casta. E lei sa, caro Pertile, quanto stia a cuore, specie ai capponi, restare in gioco. Dell’altro, quello per la elezione del presidente, neanche a parlarne. Essendo espressione di specifiche condizioni storiche, politiche e culturali, configurato per evitare che il presidente potesse restare ostaggio del Congresso e che la sua elezione a suffragio diretto in un collegio unico nazionale finisse per indebolire la struttura federale dello Stato, non è certo roba per noi. E poi, caro Pertile, anche se lo fosse? Nessuna legge elettorale è in grado di garantire ciò di cui abbiamo bisogno: la governabilità. Un buon sistema può contribuirvi, ad esempio ponendo sbarramenti che taglino fuori la moltitudine di partitini, ma per avere governi stabili, governi che governino, occorre metter mano alle riforme dei meccanismi istituzionali. Le stesse che Berlusconi intendeva attuare se la sinistra non gliel’avesse impedito.
Ed ecco che si dà il caso che da segretario del Piddì Veltroni si mostri convinto della necessità delle riforme che i suoi compagni di fede silurarono. Dicendosi anche disponibile a collaborare con l’opposizione - con Berlusconi innanzitutto, come è giusto che sia essendo il Cavaliere titolare della primogenitura dell’iniziativa - così da realizzarle nel più breve tempo possibile. Una offerta da cogliere al volo, se qualcuno non vi vedesse un chiaro invito all’inciucio, detto anche pateracchio. Le opinioni altrui meritano il massimo rispetto, ci mancherebbe altro, ma stavolta proprio non ci siamo. Perché accettare l’invito di Veltroni non significa vendersi, non significa rinunciare alla propria identità politica e ideologica per un piatto di lenticchie o per quella vassoiata di tartufi che è il potere. In ballo ci sono le regole del gioco che allo stato delle cose ingessano, rendono lenti ed impacciati i governi Prodi come quelli Berlusconi. Tutto ciò in un contesto europeo, internazionale, che tende invece a muoversi come il fulmine. Al pari del cuore, la politica ha delle ragioni che la ragione non comprende e quindi chissà come andrà a finire, caro Pertile. Ma se finisse con un nulla di fatto, cioè male, si andrà a votare - e ci andremo presto - col pensiero riposto che se il nostro voto avesse concorso ad eleggere una maggioranza e quindi un esecutivo forte, in grado di governare realizzando per intero un programma, sarebbe valso il doppio. Minimo.