L’accusa di Urbani: «La colpa è dell’azienda Ora basta agli agguati»

Il consigliere di viale Mazzini: «Sono responsabili il conduttore, il direttore generale e anche il Cda. Serve una svolta radicale»

da Roma

Professor Urbani, da consigliere di amministrazione della Rai come giudica la vicenda Travaglio?
«La Rai, ancora una volta, è stata messa a disposizione del primo diffamatore di passaggio. Il principio è quello dell’“io ho diritto al mio microfono”. Ma purtroppo si dimentica sempre che quello è il microfono di tutti, in quanto la Rai è servizio pubblico».
A sinistra già alberga il timore che si voglia colpire la libertà di espressione.
«Mi sembra che Travaglio sia un privilegiatissimo giornalista con libertà d’accesso televisivo e che ignori bellamente la strada della denuncia penale per imboccare quella ben più devastante - priva come è di alcuna possibilità di difesa immediata - della gogna mediatica. Non credo che questo sia un uso corretto, legittimo e leale del servizio pubblico».
Qualcuno teme anche un altro editto bulgaro.
«Altro che editto bulgaro, qui è esattamente l’opposto. Qui accade che tutti la buttano in politica per non assumersi responsabilità. Ma quando si butta tutto in politica, non c’è più Stato di diritto».
Qual è la gerarchia delle responsabilità in questo incidente?
«Travaglio è certamente responsabile. Ma le colpe principali del pessimo uso del servizio pubblico vanno certamente individuate anche in molti altri uffici: dal conduttore della trasmissione al direttore di rete, dal direttore generale allo stesso cda che li ha investiti dei rispettivi incarichi».
Davvero lei crede che le responsabilità siano così ampie e diffuse?
«Io faccio parte del cda e non voglio certo sfuggire. Lo dico quindi, anche se sono ormai mesi che - con gli amici Petroni e Staderini - invochiamo una svolta radicale nel governo dell’azienda, nei suoi strumenti di controllo, nei suoi modelli di gestione. Tutto inutile. E oggi, a consiglio in scadenza, possiamo soltanto esprimere l’augurio: videant consules».
Lei chiede una svolta radicale nel governo dell’azienda. A cosa pensa?
«Ci sono alcuni aspetti da considerare. Con le leggi attuali noi rispondiamo a due fonti normative diverse: il codice civile e la legge speciale della Rai. Bisogna richiamare ciascuno alle proprie competenze e doveri senza ambiguità e incertezze. Sembra una banalità ma servono sanzioni per chi sgarra. Finora tutto è stato generico, lasco e deresponsabilizzante».
Chiede un intervento legislativo al nuovo Parlamento?
«Credo che sia necessario definire meglio l’identità stessa dell’azienda che oggi è una specie di centauro, un ircocervo con una doppia personalità. Questa è la debolezza principale. Dove inizia il servizio pubblico e dove inizia la logica commerciale? Se si vuole una maggiore qualità dei prodotti deve diminuire la logica commerciale e la dittatura degli ascolti, ma questo può farlo solo la legge».
Ma la Rai azienda detentrice del servizio pubblico oggi ha ancora un senso?
«Io credo che il servizio pubblico abbia molto da dare e da fare e sia il caso di mantenerlo».
Il cda della Rai scade il 31 maggio. È favorevole a un rinnovo immediato o sta con quelli che chiedono il rinvio all’autunno?
«Bisogna fare più in fretta possibile per non lasciare l’azienda nell’incertezza. Certo prima bisogna formare la Vigilanza visto che incide sulla designazione di otto membri su nove del consiglio».
Un rapporto della Cgil paragona la situazione dei conti Rai a quelli dell’Alitalia.
«Quel rapporto dice che nonostante ci siano 13mila dipendenti la Rai spende oltre il 60% in produzioni esterne. Una notazione che, provenendo dal sindacato, contiene un’ironia infinita e inconsapevole. In ogni caso c’è un difetto nel manico nel senso che o non si sanno scegliere o non si sanno impiegare le risorse umane. Anche per questo abbiamo votato contro il piano industriale».
Ma lei sarebbe pronto ad affrontare una nuova avventura in Rai?
«Non voglio proporre candidature di sorta. Come ex ministro con una parte di competenza sulla Rai so bene che bisogna rimanere fuori da queste cose e non disturbare i manovratori».
Ma qual è la prima emergenza che il nuovo consiglio dovrà affrontare?
«Un piano industriale che preveda una chiave di sviluppo e un rilancio dell’azienda. Questa azienda sta invecchiando anagraficamente e per carenza di investimenti. Bisogna regalarle slancio. E nel tempo medio ridurre la contraddizione dell’ircocervo».