L’acrilico batte la maglia di lana e chi se ne frega del calcio-nostalgia

Meglio la modernità di casacche che hanno fatto storia, ma non sono originali. E sono soprattutto scomode

Sono vicine, sul letto. Tirate fuori apposta, insieme: bisogna capire perché c'è tutta sta fregola della maglia di lana. Una è viola, colletto bianco, polsini bianchi, niente sponsor. Dieci, numero dieci. 1989. È il ricordo più bello di quando giocavi: uno stadio pieno, due gol sotto una curva che sognavi cantasse per te. L'altra è blu e amaranto a strisce orizzontali, il collo con la pistagna: è la terza maglia del Newcastle 1998. Newcastle, cioè il nulla per te. Però una maglia meravigliosa, insignificante, oltraggiosa per qualcuno, eppure straordinaria, per l'accoppiata dei colori, per la sua unicità. Un giorno m'hanno offerto trecento euro pur di venderla. Ho risposto: «No, grazie. È di mio fratello».
Adesso è qui, accanto a quest'altra tutta mia. Mia, mia: indossata, vissuta, goduta. Vicine di nuovo. Sono due maglie e sono anche due mondi che non si parlano: opposti, avversari, nemici. Il calcio si può guardare anche da qui, da un materasso che non vede, ma sente e dagli occhi che non sentono, ma vedono. Bisogna prendere un bambino e fargli scegliere: prende quella del Newcastle, sicuro. Eppure ogni volta la stessa storia: si legge, si ascolta, si annusa aria di passatismo, di rincorsa all'indietro.
Ogni estate, per ciascuna squadra che presenta la sua nuova divisa, arriva il momento della critica preventiva e di quella maledetta voglia di ritorno al passato. «Quant'erano belle quelle maglie di lana». Che cosa? Chi lo dice non deve mai averne indossata una e soprattutto non deve mai aver provato a fare la tara: prima una e poi l'altra, prego. Mettiamola addosso e poi ne riparliamo: l'acrilico fa il cappotto alla lana. Sintetico? Chissenefrega. Leggero, delicato, comodo. Bello, soprattutto. Non se ne può più della nostalgia della maglia di una volta. La retorica della nostalgia ha imposto il trionfo della scomodità in onore di chissà quale omaggio alla storia. Trasversale e globale, la malinconia per la maglietta si prende classifiche, spazi, attenzioni.
Qualche tempo fa il Times di Londra pubblicò la graduatoria delle maglie da calcio più belle della storia. L'autorevole Times, anzi. Perché quando i giornali stranieri raccontano qualcosa di vicino alla iconografia radical chic sono sempre autorevoli. Anche se sono di Rupert Murdoch, cioè il peggior nemico possibile per i raffinati cultori della tradizione pallonara o politica o sociale che sia. Autorevole, quindi. Autorevole di più perché come si fa a non essere d'accordo che la maglia del Brasile 1970 non sia la più bella mai vista sulla faccia della terra? Impossibile. Così impossibile che di conseguenza la seconda è quella del Real Madrid degli anni '60. Quindi quella di Gento e Di Stefano: il completino bianco senza sponsor e disegni. Poi l'Italia, anche questa del 1970. Di più. Perché il commento del Times dev'essere stato il ricostituente dei tifosi della maglietta vecchio stile: «Quelle della nazionale italiana sono state sempre le più belle divise calcistiche d'Europa». Più belle della casacca arancione dell'Olanda 1974 e 1978: «Sebbene abbiano perso due finali, quella maglia era da campioni».
Perché se uno fa una classifica così allora non può dimenticarsi le maglie dell'Urss: quelle con la scritta CCCP, insomma. Si parte male, quindi. Si finisce peggio: nel mondo bisognerebbe contare quanti riescono a capire se la maglia dei Celtic è quella del 1967 o quella del 1966 o del 1968. La voglia di passato è una fregatura, è un'invenzione del marketing più grande delle magliette contemporanee che cambiano ogni sei mesi, che snaturano le tradizioni, la storia, i colori. Con la scusa di quanto siano belle le divise di una volta è stato costruito un business colossale.
Agli angoli delle strade spuntano negozi che ti propongono le vere magliette originali anni '40-'50-'60-'70-'80. Cinquanta euro l'una, spacciate come «originali», quando ovviamente originali non potranno mai esserlo (...).
Allora onore alla terza maglia, come quella del Newcastle, perché è la creatività. La guardano con sospetto perché dicono che sia il trionfo del marketing, come se il marketing fosse il rivale del calcio. Nessuno pensa quanto sia bello ogni luglio aspettare il giorno della presentazione delle nuove divise e scoprire che colore c’è sulla terza. Non c’entra niente? Meglio così.