L’addebito per il gruppo Usa è di non avere adottato un modello per prevenire i reati dei dipendenti. La replica: «Accuse infondate» Crac Parmalat, banche nella bufera Bank of America rinviata a giudizio. L’ipotesi che alla fine gli istituti abbiano

La futura fusione Unicredit-Capitalia e un’aspra polemica con il «Sole 24 Ore»

da Milano

Quattro anni non sono bastati. Per le banche il caso Parmalat, che prese il via nel dicembre 2003, è col tempo diventata una ferita che non riesce proprio a rimarginarsi. Nei tribunali. Ma, anche, sui giornali e nel rapporto con la pubblica opinione. Ieri, mentre Calisto Tanzi sceglieva di non rispondere ai magistrati della Procura di Lugano in trasferta a Parma per uno dei filoni svizzeri del crac, a Milano il giudice per le udienze preliminari, Cesare Tacconi, ha rinviato a giudizio Bank of America.
L’accusa, formulata nell’ambito dei procedimenti per aggiotaggio sul disastro di Collecchio, è di avere violato le norme sulla responsabilità delle società per i reati commessi dai propri funzionari. Norme che obbligano le società ad adottare modelli organizzativi in grado di giocare d’anticipo sui propri dipendenti che vogliano commettere reati, prevenendoli. L’istituto statunitense, oltre a dirsi sicuro di riuscire a dimostrare l’infondatezza dei rilievi mossi, ha subito commentato in una nota: «Le accuse rivolte nei confronti di Bank of America sono esclusivamente di natura amministrativa. Non ci meraviglia la decisione in quanto un analogo provvedimento è stato emesso dallo stesso giudice nei confronti di altre quattro banche coinvolte nel caso Parmalat».
È vero. Il 13 giugno scorso il magistrato ha rinviato a giudizio nell’ambito della stessa vicenda e della stessa imputazione Citigroup, Ubs, Deutsche Bank e Morgan Stanley, insieme a tredici persone. Questo processo inizierà il 22 gennaio 2008, sempre davanti alla seconda sezione penale del Tribunale milanese. Peraltro, il 18 giugno il giudice per le udienze preliminari aveva accolto la richiesta di patteggiamento di Nextra.
Il fallimento della Parmalat, dunque, in forme molto diverse resta una spina dolorosa per l’intero capitalismo italiano.
Prima di tutto per i risparmiatori a cui fino a pochi minuti dall’inizio del collasso finanziario sono stati proposti i bond. Non è facile neppure per Enrico Bondi che deve ora fronteggiare l’ammissione da parte del Tribunale federale di New York della nuova Parmalat fra le società contro cui i risparmiatori e gli obbligazionisti danneggiati dall’implosione della vecchia Collecchio potranno rivolgere la loro class action. Ma la vicenda Parmalat è, da quattro anni, anche per le banche un vero e proprio nervo scoperto, che ancora oggi stenta a ricomporsi.
Un’inchiesta del Sole 24 Ore, basata su documenti ufficiali consegnati dal commissario straordinario Bondi al Tribunale di Milano, ha rilevato come, sotto il profilo meramente contabile, alla fin fine le banche, dal rapporto con Parmalat, non ci abbiano perso. Anzi, ci hanno guadagnato.
Un articolo che ha portato a una risposta quasi veemente da parte di Unicredit, una delle undici banche chiamate in causa dalle elaborazioni contabili di cui il Sole ha dato conto. Piazza Cordusio ha scritto una dura lettera di protesta pubblicata ieri sul quotidiano milanese, alla quale ha replicato con fermezza il direttore Ferruccio de Bortoli.
La missiva di Piazza Cordusio non sarebbe estranea alla sua ultima grande mossa: l’operazione Capitalia. Unicredit ha sempre avuto una linea ostica nei confronti della nuova gestione post-Tanzi e del riconoscimento di eventuali responsabilità pregresse. Adesso, però, si trova ad avere incorporato una delle banche che, con la vecchia Parmalat, ha intrattenuto più di un legame. Il che, secondo alcuni osservatori, potrebbe forse spiegare un ulteriore irrigidimento della sua posizione.