L’addio ad Alessio e Flaminia tra dolore e voglia di giustizia

Il parroco: «Morte assurda e ingiustificabile» Alemanno: «Ci costituiremo parte civile»

Le bare sono due, bianche, allineate davanti all’altare. Ma la foto lì in mezzo è una sola, e nella cornice Alessio e Flaminia sorridono insieme, tenendosi abbracciati. La chiesa di San Roberto Bellarmino in piazza Ungheria è piena ma silenziosissima. In prima fila i familiari dei due ragazzi, uccisi una settimana fa all’incrocio tra viale Regina Margherita e via Nomentana, a millecinquecento metri da qui. Il parroco, monsignor Gianrico Ruzza, guarda quell’immagine e sospira: «Avremmo voluto Alessio e Flaminia qui all’altare come sposi per il loro matrimonio, ma così non è stato». Due vite spezzate a 23 anni dalla folle corsa di Stefano Lucidi, «una morta assurda e ingiustificabile», ricorda ancora don Gianrico. E il sindaco, Gianni Alemanno, non è più tenero quando annuncia che il Campidoglio si costituirà parte civile «nel processo contro questo assassino». Qualcuno scuote la testa quando un’amica di Flaminia invita a «mutare la rabbia in speranza e fede», un ragazzo in piedi accanto ai primi banchi sussurra che «chi li ha ammazzati deve pagare». Ma tra i tantissimi giovani che riempiono le navate della chiesa c’è più dolore che rabbia, più lacrime che sete di vendetta. Quando gli amici di Alessio accompagnano fuori la bara del ragazzo, scortandola in spalla fino al carro funebre, si sciolgono in un pianto straziante, disperato, abbracciandosi tra loro e sfiorando la cassa, coperta da due magliette da calcio, una giallorossa e una biancoceleste, entrambe con il numero 7 sulle spalle. Nascondono le lacrime dietro gli occhiali scuri, si stringono intorno ai genitori della coppia, si guardano increduli, stupiti davanti al portellone aperto della Mercedes, sotto un sole estivo. Intorno all’altare quattro amiche ricordano Flaminia con parole semplici, spezzate dal pianto. «Ricordo la tua dolcezza, sempre “tra le righe”, mai ostentata, e proprio per questo più vera», sospira una ragazza bionda. E dopo di lei un’altra amica con un filo di voce racconta di quando «ci siamo legate insieme i lacci delle scarpe, perché nessuno ci potesse allontanare», e piange ricordando che «Flami era la spensieratezza, non diceva quasi mai che ti voleva bene, ma te lo faceva capire con mille attenzioni».
Sul sagrato un applauso infinito accoglie le bare dei due ragazzi, e solo quando il corteo funebre si dirige verso Prima Porta qualcuno trova la voglia di parlare. Arnaldo, capelli ricci e occhi smarriti, vicino di casa di Alessio, sillaba ai taccuini una frase tenera e ingenua, un piccolo omaggio al suo amico e alla sua ragazza: «Il signore prende per sé i fiori più belli». Ma per molti ora è anche il tempo di una riflessione su chi si è portato via «Ale e Flami». «Sindaco, li fermi, fermi ’sti delinquenti», ringhia tra le lacrime un anziano stringendo il braccio di Alemanno. La decisione di derubricare l’accusa per Stefano Lucidi da omicidio volontario a colposo non va giù a molti. Proprio il sindaco definisce «inaccettabile» la scelta del gip. «Spero che si torni indietro da questa decisione», spiega dopo aver abbracciato i genitori di Alessio e Flaminia: «Ho promesso loro di fare il possibile perché tragedie come questa non si ripetano più». Ma il timore che la giustizia sia indulgente con chi ha seminato il dolore che si respira qui è fortissimo. «Vediamo quanto tempo resterà in carcere Lucidi, sempre che ci vada. Chiedere perdono ora è troppo facile. Vedremo», taglia corto Francesco, che con Alessio giocava a calcetto. «Vorrei vederlo in miniera, sapere che pagherà davvero per quello che ha fatto, ma ho paura che non andrà così», dice tra i denti Paola, amica di Flaminia. E mentre il sagrato si svuota, i fazzoletti asciugano le lacrime e il dolore dei familiari torna alla sua dimensione privata, qualcuno sull’«altare» di fiori e biglietti nato spontamente all’incrocio maledetto lascia un messaggio esplicito: «Riposate in pace. Faremo giustizia».