L’addio di Blair: "Lascio un Paese migliore"

Il premier britannico annuncia le sue dimissioni dopo dieci anni al
potere, difendendo tutte le sue scelte politiche. Il 27 giugno il
passaggio di consegne. Lungo e commosso discorso nel suo collegio elettorale: «Abbiamo fatto più di ogni altro governo dal 1945»

Londra - L’annuncio della data precisa per il suo addio l’ha dato laddove tutto era iniziato. Tony Blair è tornato nella sua circoscrizione di Sedgefield per dire a tutti che il prossimo 27 giugno consegnerà le proprie dimissioni alla Regina. Una promessa strappata quasi forza a quest’uomo che avrebbe sicuramente preferito portare a termine il suo terzo mandato se non fosse stato per le forti pressioni dei suoi stessi uomini che lo scorso settembre lo hanno messo con le spalle al muro, chiedendogli di farsi da parte. E così, Blair lascia. Da subito la guida del Labour e a fine giugno quella del Paese. Dopo averlo comunicato ai suoi ministri, lo ha annunciato commosso in un lungo discorso dopo aver ringraziato la propria famiglia e tutti coloro che l’hanno sostenuto in questi ultimi dieci anni. Il suo è stato un percorso lungo, inizialmente trionfale, molto tormentato nell’ultima fase. Il primo ministro in abito blu scuro e cravatta rossa fiammante, un sorriso e l’emozione negli occhi, ha riproposto nella sua relazione di commiato le tappe principali di quel cammino iniziato nel 1997 con una vittoria travolgente. «Quell’anno ha segnato il momento di un nuovo inizio – ha detto Blair –, tutti i detriti del passato sono scomparsi. Le aspettative erano così alte, troppo alte probabilmente per ognuno di noi». Ma nonostante questo il premier ha affermato di aver fatto per il suo Paese più di quanto abbia fatto ogni altro leader del passato. «C’è un solo governo dal 1945 – ha ricordato – che può vantare tutto questo: più posti di lavoro, meno disoccupati, migliori risultati per la sanità e l’istruzione, una criminalità più debole e una forte crescita economica. È il nostro. Con la mano sul cuore – ha ripetuto – ho fatto quello che pensavo fosse giusto per il Paese. Sono arrivato con grandi speranze per la Gran Bretagna e me ne vado con speranze ancora più grandi per il suo avvenire. La Gran Bretagna di oggi non è un Paese a rimorchio, è un leader. Ha le caratteristiche fondamentali del mondo moderno, è a suo agio nel ventunesimo secolo come mai prima d’ora». E proprio ai suoi connazionali Blair ha riservato un tributo appassionato, di grande orgoglio nazionale. «Questo Paese è una nazione benedetta – ha sottolineato –. I britannici sono speciali. Il mondo lo sa e nel più profondo di noi stessi lo sappiamo anche noi. Siamo la più grande nazione della terra e per me servirla è stato un onore». Certo non sono state sempre rose e fiori, il controverso conflitto iracheno ha compromesso in modo indelebile la carriera politica del premier britannico e lo scandalo delle poltrone vendute in cambio di finanziamenti non ha migliorato una situazione già molto difficile. Sull’Irak però, Blair non ha mai avuto alcun ripensamento. «È stata la decisione giusta, quella che sentivo nel cuore – ha confermato – le conseguenze di quella guerra sono state dure, senza fine e costose. Per molti, semplicemente, non n’è valsa la pena. Ma fare la cosa giusta non è sempre prendere la decisione più popolare. Si ha il dovere di ascoltare la gente, ma non sempre la gente è d’accordo su tutto. E quando si è al governo bisogna saper offrire una risposta. Non una risposta qualunque, ma la risposta. Alla fine sarà la storia a giudicarmi».
Nell’ora della sua uscita di scena a ogni modo, il giudizio finale nei confronti di questo premier non è negativo come si sarebbe potuto pensare soltanto qualche mese fa. L’ultimo sondaggio del quotidiano The Guardian rivela che nel partito i consensi sono ancora alti: l’80% ritiene che sia stato un buon leader. Tra i britannici la percentuale cala al 44 per cento, ma è pur sempre un buon risultato. C’è chi dice che Blair abbia giocato d’astuzia, programmando l’annuncio delle sue dimissioni, subito dopo l’insediamento del nuovo governo condiviso nell’Irlanda del Nord, il suo capolavoro di mediazione politica e sicuramente il suo maggior successo. Ma non si può negare che Blair non sia stato un capo di governo qualsiasi, come ha ricordato ieri l’analista politico della Bbc, Nick Robinson. «Che lo si ami o lo si detesti, ci mancherà – ha spiegato ieri il giornalista –, in un’era ossessionata dall’indice di popolarità, noi per dieci anni abbiamo avuto un leader che era sempre al centro della scena. Tutto questo cambierà una volta che se ne sarà andato».
Difficile, obiettivamente, poter ritrovare nel suo futuro successore, molto probabilmente il cancelliere Gordon Brown, il carisma naturale di Blair. L’elezione del nuovo leader laburista è prevista nel congresso straordinario del partito il 24 giugno. Per Blair qualcuno ha parlato di incarichi internazionali importanti, ma lui ha smentito. Per ora continuerà a fare il semplice deputato.