L’addio di Ciampi: «Sono felice» Ma tra i sorrisi spunta una lacrima

Prima di lasciare fa da cicerone al suo successore: «Giorgio, guarda che vista...»

da Roma

«Aspetta, Giorgio». Ciampi lo prende per il braccio e gli indica le finestre. «Fermiamoci un attimo qua, questo è uno dei posti più panoramici del palazzo. Guarda, ecco i giardini. E dall’altra parte si vede tutta Roma». Napolitano sorride. Presidente da mezz’ora, gira per il Quirinale guidato da un Cicerone appassionato e un po’ emozionato. Baci, abbracci, un faccia a faccia di 15 minuti, poi la passeggiata affiancati per l’ala monumentale. La Vetrata, la Sala del Trono, quella degli Arazzi, fino al Salone dei Corazzieri, dove le alte cariche della nazione aspettano per lo scambio ufficiale di saluti.
Ciampi parla per primo. Sembra commosso, eppure si dice «veramente felice». Sì, spiega, Napolitano e io siamo due tipi differenti. Ma, assicura, abbiamo la stessa visione delle cose che contano. «Pur provenendo da esperienze diverse, mi lega a lui da tempo un intenso rapporto di stima e di amicizia che si fonda su un comune senso delle istituzioni repubblicane e su un costume di vita che si ispira a valori etici, condivisi e saldamente radicati nella coscienza».
Un’ottima scelta dunque, sostiene il capo dello Stato uscente. E se la sua è stata un’elezione a maggioranza, comunque «è stata accompagnata dalle più ampie manifestazioni di rispetto per la sua persona». Una nomina accolta «con fiducia e speranza dagli italiani che già conoscono le elevate virtù di uomo e di statista: troveranno in lei un sicuro e severo custode dei valori fondanti della nostra Repubblica, l'amore di patria, il rispetto delle istituzioni e dei diritti della persona umana». E, come viatico finale, ricorda il motto inciso sui frontoni dell'Altare della Patria, Patriae unitati, civium libertati, che «sintetizza la carta dei diritti e dei doveri del popolo».
Poi ascolta la risposta di Napolitano, resta in piedi per un’ora per ricevere i saluti di politici e alti funzionari, sorride spesso, ma ogni tanto gli scappa una lacrima. E alle otto della sera, come prevede il cerimoniale, mentre gli altri seguono il suo successore per un brindisi nella Sala delle Feste, Ciampi scende nel cortile d’onore per l’ultima rassegna delle truppe schierate. Schiena dritta, faccia tesa, il decimo presidente conclude così il suo settennato.
Sette anni intensi, irripetibili secondo molti. Eletto da tutti, con una maggioranza schiacciante, se ne torna a casa con un consenso ancora superiore. Se ne va con l’amarezza di aver lanciato decine di inascoltati appelli al dialogo tra i poli, al riconoscimento reciproco e alla ricerca di «soluzioni condivise», ma con un riconoscimento unanime: è stato soprattutto merito suo, dicono a destra e a sinistra, se il tessuto del Paese ha tenuto, se l’Italia, divisa, non si è definitivamente spaccata.
La Costituzione come bussola, la concertazione sempre e dovunque come metodo per risolvere i problemi, la moral suasion per smussare gli angoli, l’unità e l’amor di Patria come minimo comun denominatore: ricorderanno tutti le sue mani poggiate sulle bare dei soldati uccisi in Irak e in Afghanistan. Ancora: la ricerca dei valori condivisi, il recupero della memoria, l’attenzione ai giovani. E il viaggio in Italia, con la visita in tutte le province della penisola, nelle pieghe di un Paese profondo «che è molto più unito e più in forma di quanto si pensi normalmente». Peccato che la politica di palazzo, ha detto l’altro giorno, sia troppo distante, non capisca i veri problemi.
In sette anni, cinque governi e tre presidenti del Consiglio, per una gestione davvero bipartisan. Prima D’Alema e Amato, poi la legislatura con Berlusconi a Palazzo Chigi: con il Cavaliere rapporti alterni, qualche volta tesi, mai però conflittuali o antagonisti. Otto le leggi rimandate alle Camere, momenti di contrasto quando ha bocciato la Gasparri e l’inappellabilità. Ma Berlusconi alla fine lo voleva confermare.