L’addio della Clinton: "Farò ogni sforzo per aiutare Obama"

L’ex first lady dichiara ufficialmente "sospesa" la sua campagna e con un tono più caloroso del previsto esprime il suo appoggio al rivale. Per il futuro probabile un incarico al Senato

Washington - Della vecchia guardia di Napoleone si disse che «muore ma non si arrende». Hillary Clinton ha introdotto una variante: non si arrende ma si «sospende». Questa la formula che la candidata ha escogitato per annunciare la fine della propria candidatura: non desiste, non annulla, non chiude, ma «sospende» la sua campagna elettorale. Subito dopo ha spiegato che, naturalmente, chiude e lo ha fatto con un robusto, appassionato, perfino quasi credibile omaggio a Barack Obama e con l'invito a tutto il Partito democratico di unirsi dietro la sua candidatura. Barack ha «realizzato il Sogno Americano», che è quello di tutti perché se stavolta ce l'ha fatta un uomo di origine africana a diventare candidato alla Casa Bianca, domani - ha insistito Hillary - ci riuscirà una donna.

E dunque la femminista Hillary può registrare anche la propria sconfitta come una vittoria. Lo ha detto a un'assemblea in apparenza ribollente di entusiasmo, nello storico edificio del National Building Museum nel centro di Washington. «Non è proprio questo - ha ammesso - il party che avevo in mente, ma la compagnia mi piace». Soprattutto quella dell'assente Obama che ieri mattina era andato a rilassarsi giocando a golf.

La Clinton ha ricordato la loro dura competizione, i 18 milioni di voti raccolti nelle primarie, il movente della sua candidatura («ero convinta di essere il candidato migliore»), ma ha aggiunto che ora il suo cammino e quello di Barack «si sono fusi in una strada comune», all'insegna degli ideali del Partito democratico e della sua retorica tradizionale: pace e prosperità, migliore distribuzione dei frutti del progresso, instaurazione di una previdenza medica per tutti. E poi ristabilire il prestigio dell'America nel mondo, cominciando col mettere fine alla guerra in Irak e ristabilendo un rapporto di collaborazione con tutti gli alleati. Hillary ha preannunciato una dura campagna contro John McCain, identificato come il continuatore della politica di George Bush. Ha ricordato che negli ultimi 40 anni i democratici hanno vinto solo tre volte la corsa alla Casa Bianca, «due delle quali con un candidato di nome Bill» (Bill Clinton ascoltava in mezzo a una folla di delegati e attivisti anonimi) e alla fine del suo biennio l'America viveva in pace e aveva il bilancio federale in attivo. Ci sono tante cose da restaurare di quell'epoca ma «dobbiamo e possiamo farcela, perché da questo momento in poi diventa anche mio lo slogan di Barack Obama: Yes, we can».

Il discorso era atteso, il tono più caloroso del previsto, ma le riserve implicite sono rimaste. «Sospendendo» e non chiudendo la propria campagna, Hillary mantiene uno strumento di pressione in più almeno fino al 28 agosto, giorno conclusivo della Convention democratica. È più improbabile che mai che ella richieda la candidatura alla vicepresidenza in cambio del suo appoggio, non altrettanto escluso che Obama si senta obbligato ad offrirgliela, magari per sentirsela cortesemente rifiutare. Due cose sono certe: che l'influsso della Clinton nel partito non è destinato a diminuire bensì a crescere. Per dopo le elezioni si profila per lei un effettivo controllo politico del Senato, in cui i democratici si aspettano di consolidare in misura notevole la propria maggioranza. Altrettanto certo è che Obama avrà bisogno, per vincere, di tutti i voti che Hillary potrà passargli.

Nonostante egli sia davanti in quasi tutti i sondaggi rispetto a John McCain, nel partito regna una certa preoccupazione: il margine è troppo ristretto rispetto all'umore del Paese e soprattutto alla situazione economica. In casi del genere un candidato democratico dovrebbe vincere «in carrozza» e invece McCain è tutt'altro che sconfitto in partenza. Uno dei motivi è che dei 18 milioni di elettori che nelle primarie hanno votato per la Clinton almeno 3 milioni sono pronti, per dispetto, a votare per il candidato repubblicano e altri 4 e più sono in questo momento inclini all'astensione. Le più difficili da recuperare, almeno finora, sono «le donne», vale a dire le femministe più accese, quelle cui si è rivolta ieri Hillary.