L’addio d’Israele a Gaza, via gli ultimi soldati

Restano intatte le 22 sinagoghe. Ma l’Anp annuncia: le demoliremo noi

Gian Micalessin

Una nebbia di fumo e polvere galleggia sul mare di rovine. La bandiera bianca azzurra scende lenta. Ora è silenzio dopo un pomeriggio di esplosioni, fiammate e distruzioni. Ora anche le basi militari sono solo un tappeto di macerie. Come le colonie. Nel deserto di detriti restano in piedi solo due dozzine di sinagoghe, l’estremo simbolo di 38 anni di presenza israeliana a Gaza. Tra quel silenzio di rovine s’alza il canto di Hativka, l’inno d’Israele intonato per l’ultima volta tra le sabbie di Gaza. Ancora qualche ora e nella Striscia non ci sarà più un solo soldato, un solo israeliano, un solo ebreo.
Gli ultimi sei battaglioni attendono chiusi nei blindati. Alle otto di stamattina dovranno aver raggiunto il territorio israeliano qualche chilometro più indietro. «L’esercito lascia Gaza a testa alta», declama con orgoglio il generale Avi Kochavi in mezzo ai suoi uomini allineati tra blindati con i motori accesi, davanti alle bandiere ripiegate nella luce dorata del tramonto. «Questo è l’inizio di una nuova realtà, ma se i venti cattivi torneranno a soffiare noi saremo pronti a rispondere a tono».
Parole che il vento porta oltre reti e recinzioni. Anche lì si attende. Lì l’incognita è assai più grande. L’avvertimento di Kochavi vale già per i giorni a venire. Se Gaza diventerà, come molti temono, un santuario del terrore da cui lanciare nuovi e più sofisticati attacchi contro Israele allora Tsahal tornerà. Ma ora deve andarsene in fretta. Deve farlo senza perdite. Deve farlo prevenendo l’eventuale tentativo di milizie fuori controllo decise a provare che l’esercito nemico fugge sotto il fuoco palestinese. Non riuscirci equivarrebbe a condannare a morte politicamente il premier Ariel Sharon tenuto sotto tiro dai dissenzienti del Likud. L’Anp ha promesso di schierare quindicimila uomini, ma in un territorio dove i gruppi armati occupano edifici, eliminano esponenti della stessa Anp e rapiscono giornalisti le promesse non sono garanzie. Dunque l’esercito se ne va tenendo gli occhi aperti fino all’ultimo metro. E gli ultimi a farne le spese sono stati tre palestinesi. Colpiti dalle pallottole israeliane nella sparatoria seguita alla carica di una folla decisa a sfondare le barriere per entrare anzitempo negli insediamenti. Nonostante quegli spari il generale Dan Harel, comandante di Tsahal per il sud saluta l’ammaina bandiera augurandosi «un migliore futuro per entrambi i popoli».
Per ora non se ne vede traccia. La prevista cerimonia congiunta per la consegna di Gaza è stata cancellata per il rifiuto palestinese di parteciparvi. Il niet dell’Anp è arrivato dopo la decisione israeliana di mantenere chiuso il valico di Rafah con l’Egitto e di non distruggere le due dozzine di sinagoghe rimaste nelle colonie. «Ci hanno sbattuto in faccia questi due problemi con una mossa estremamente sleale», sostiene il negoziatore palestinese Saeb Erakat. Di fatto fino a quando non si troverà una soluzione per il controllo congiunto del valico di Rafah, l’unico da cui i palestinesi possono passare in Egitto, Gaza resterà una gabbia chiusa. «Fino a quando controlleranno lo spazio aereo le acque territoriali e i passaggi di confine Gaza resterà occupata», accusa il ministro palestinese Sufian Abu Zaydeh. Più complesso il problema delle sinagoghe. Per l’Anp la mossa israeliana è una trappola ordita per esporla al biasimo internazionale quando quei luoghi religiosi finiranno distrutti. Ma questo non le ha impedito di annunciare che entro oggi le sinagoghe sranno demolite.
La questione delle sinagoghe lacera anche l’opinione pubblica israeliana divisa tra chi - rispettando l’opinione dei rabbini - s’oppone a una distruzione per mano ebraica e chi sostiene l’impossibilità di lasciarle esposte alla rabbia palestinese. Sharon, preoccupato anche per il ritardo determinato da un eventuale smantellamento e trasporto in territorio israeliano, ha deciso di seguire il consiglio dei religiosi. Così ieri mattina i ministri dell’esecutivo hanno deciso - con 14 voti a favore e due contrari - di abbandonarle intatte. Il ritiro degli ultimi soldati e la consegna di Gaza ai palestinesi è stata invece votata all’unanimità.