L’addio dei «camalli» col pugno chiuso Quello di don Gallo con Bandiera rossa

L’ultima volta di Paride Batini nella «sua» Sala Chiamata. Sua e di tutti i portuali genovesi che ogni giorno, all’inizio dei turni di lavoro, rispondono all’appello e vanno a imbarcare e sbarcare merci e container, fatica e mucculotti: «Matricola 13-0-8! Duv’u l’é?»», «Ghe sun, vaddu subitu. Ciao, Brill! Se vedemmu doppu». Il vociare si intreccia da sempre, e da sempre rimbalza su quei muri e su quelle scale. La Sala Chiamata è un po’ il tempio laico dei portuali. Anche ieri mattina è stato così. Ma, ieri mattina, un po’ di più.
I camalli hanno risposto in massa all’appello, che non era il solito, perché il porto, in quei momenti, s’era fermato per disposizione dell’Authority e per intenzione e partecipazione universalmente condivise: bisognava esserci, nessuno escluso, nella Sala Chiamata, a salutare il console che se n’era andato poche ore prima, a 75 anni, di cui trenta al timone della Compagnia Unica, e due volte trenta, di anni, a praticare quelle mura, prima nella palazzina di via Gramsci, poi, anni Sessanta, dopo lo «sfratto» per motivi di Sopraelevata, nei nuovi locali di San Benigno, sempre arredati con le foto di Lenin e di Togliatti (e dal 1979, anche di Guido Rossa). Il feretro al centro, appena davanti a quella specie di palco-con-altare messo su in fretta per consentire al viceconsole della Culmv Walter Marchelli, a monsignor Luigi Molinari, Cappellano del lavoro, e a don Andrea Gallo di pronunciare gli elogi funebri. Ed elogi sono stati, interrotti più volte da applausi liberatori da quanti erano riusciti a entrare nella sala - mille, millecinquecento persone? - e quanti erano costretti ad ascoltare da fuori (altri mille, forse più, per ore in piedi come tanti soldatini attorno al loro comandante, come tanti «soci», «avventizi» e «occasionali» attorno al loro console). Ha parlato in genovese, Marchelli: era la lingua corrente di Batini, anche nelle trattative. Il viceconsole si è rivolto prima di tutto ai familiari, la moglie Rosa, le figlie Silvana e Mirella, il genero Tonino e il figlio Alessio, che erano seduti accanto alla bara e circondati e abbracciati dalle autorità istituzionali, dagli operatori portuali, dai camalli. «Era un grande uomo perché aveva dietro una grande famiglia». E concludendo in italiano: «Le tue parole saranno sempre con noi». L’arcivescovo Angelo Bagnasco ha ricordato lo scomparso con un messaggio letto da monsignor Molinari, sottolineando «l’impegno di Batini per risolvere i problemi, il confronto, il dialogo, la collaborazione con la Compagnia da lui guidata». Infine, don Gallo, l’amico da decenni, quello cui una volta il console confessò: «Belin, don, la vita non dev’essere sempre un sacrificio». Il fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto ha tuonato dal pulpito, ha trascinato alla commozione, e mischiato, da par suo, sacro e profano, Vangelo e Marx, carità cristiana e lotta di classe. Ha ha spiegato che «questo incontro vuole essere una preghiera per credenti e non credenti, un commiato che parte dal nostro dolore». E quando ha chiesto ai «Santi di Dio di accogliere Paride in paradiso» qualche portuale ha abbassato il capo. «Lasciati chiamare compagno comunista - ha salutato il don -. Ciao contadino, operaio, artista della comunicazione, sincero cristiano con una fede autentica. Ciao comunista, ciao intellettuale. Arrivederci bandiera rossa!». Subito dopo il feretro, trasportato a braccia, è uscito dalla sala per essere tumulato a Calizzano, dove Batini trascorreva le vacanze.
Un gruppo di giovani ha intonato l’Internazionale, qualcun altro ha alzato il pugno chiuso, all’unisono con la signora Rosa.
Forse per credere di poter fermare il tempo. O per ricordare a tutti che la coerenza rimane, comunque, un Valore.