L’addio di Garlasco a Chiara: funerali con l’assassino

Folla alle esequie della ragazza di Garlasco uccisa lunedì scorso nella
sua casa. Il parroco: "Con Gesù nessuno può
mentire&quot;. I compaesani: &quot;Il killer potrebbe essere uno di noi, qualcuno che conosciamo bene&quot;. <a href="/a.pic1?ID=200087" target="_blank"><strong>Gli investigatori: 48 ore per risolvere il giallo</strong></a>

nostro inviato a Garlasco (Pavia)
Ci sono anche la paura, la speranza e il silenzio - oltre ai bravi cittadini di Garlasco - dentro la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, affollata fin sul sagrato per dare l'ultimo saluto a Chiara Poggi, 26 anni, uccisa lunedì scorso nella sua casa di via Pascoli.
La paura, come sussurra visibilmente spaventata la gente, tirando via, «è che l'assassino sia uno di noi, uno che conosciamo anche solo di vista, o che magari salutiamo ogni giorno al bar o tra le bancarelle del mercato». La speranza «è che sia qualcuno di fuori; e che lo prendano al più presto, perché con questa angoscia non possiamo vivere». Il silenzio, «che non significa assenza», è invece quello che chiede a tutti il parroco, don Giorgio Amiotti, «per darlo alla Madonna e a questa famiglia».
A risultare più palpabile, più visibile, è però la paura calata qui di colpo, in un pomeriggio d'estate, sconvolgendo il senso di sicurezza di uno di quei luoghi d'Italia dove perfino i nomi delle strade - via del Forno, via del Ponte - hanno una rassicurante prevedibilità. E così, sotto le volte della chiesa, e fuori, in piazza, ogni bravo cittadino di Garlasco si ritrova suo malgrado a fare ciò che non vorrebbe: ovvero a scrutare, durante il rosario e poi per tutta la messa, i volti legati a questa brutta storia scritta con il sangue, come a volervi leggere la verità. Ma cercandola anche nello sguardo del vicino di banco, magari conosciuto, o di quell'uomo o di quella donna «che erano due file più in là, e che non avevamo mai visto prima»; insomma, quei «foresti» che alimentano ancora la legittima speranza di non avere il mostro in casa.
Sembra cogliere tutti questi pensieri non espressi, don Giorgio. Sembra respirare, il bravo parroco che conosce le sue anime, questa paura diffusa. «Mi hanno chiesto in tanti che cosa avrei detto nella mia omelia e io ho risposto che non avrei pronunciato parole, ma soltanto «La Parola».
E di proposito - aggiunge - ho voluto celebrare l'eucarestia della domenica, senza cioè indossare i paramenti viola, per regalare in questo modo alla famiglia di Chiara vicinanza e preghiera. Perché bisogna camminare per la verità e per la giustizia - aggiunge alzando il tono della voce e dei concetti -; perché non c'è misericordia se non c'è verità, perché con Gesù nessuno di noi può mentire».
Poi, prima di benedire la bara di legno chiaro, coperta di rose bianche, don Giorgio scende dal pulpito dirigendosi verso papà Giuseppe, mamma Rita e il fratello minore di Chiara, Marco - altrettanti ammirevoli esempi di decorosa e silenziosa dignità - stringendoli in altrettanti forti abbracci. Gesto negato invece al fidanzato Alberto, pallido e impietrito, e alle cugine della ragazza, Paola e Stefania. Senz'altro un modo per evitare polemiche, ma senz'altro un mancato abbraccio che è stato notato da molti.
Poi, fuori dalla chiesa, quando la bara esce sotto la luce del sole, l'ormai inevitabile applauso di queste tristi occasioni - irritante per chi ha superato gli «anta», ma forse sfogo naturale e spontaneo per la generazione dei reality - c'è stato, ma breve, quasi pudico. Forse per dare ascolto all'appello iniziale di don Giorgio, o forse perché i bravi cittadini di Garlasco hanno capito che da oggi in poi non è tempo di reality, ma soltanto di realtà. Una realtà che si nutre di paura, che invoca speranza e che richiede silenzio.