L’addio a Pippa sulle note di "Va pensiero"

La famiglia: "Organizzeremo una mostra permanente che sarà anche museo, per esporre le sue opere"

La melodia straziante del «Va’ pensiero» di Verdi, ma con le parole di Pietro Gori, ha saluto ieri in Galleria «Pippa» Pasqualino, l’artista uccisa in Turchia. Erano i suoi amici del coro Micene, dove anche la giovane cantava da diversi anni. Mescolate tra i tanti amici, anche le sorelle Rosalia, Valeria e Maria mentre la quinta, Antonietta, era volata in Turchia per seguire le ricerche. Sperava di ritrovarla, invece ieri mattina ha avuto il terribile compito di riconoscere il suo cadavere. «Mia figlia ha sempre avuto una grande passione per l’arte e la creatività - racconta adesso mamma Elena -, oltre a cantare nel coro faceva delle composizioni con i materiali più diversi. Aveva una straordinaria abilità nel ritagliare materiali vari, come carta o foglie, per ricomporli in nuove forme e nuovi significati».

Una gran gioia di vivere, di creare, di sperimentare, finita su una strada a cinquanta chilometri di Istanbul, senza neppure il suo abito da sposa bianco, strappatole dal suo assassino. Un abito che lei portava per raccogliere polvere e terre di altri Paesi. Paesi in guerra o appena usciti da qualche conflitto. Arte per la pace, pace per l’arte.
Il canto per esempio, Pippa frequentava il centro sociale Micene, dalla via su cui si affaccia, in zona San Siro. Per carità, niente spranghe o molotov, ma cineforum, scuole di arabo, la sede del «food not bomb» e appunto il coro. I suoi amici avevano deciso un paio di giorni fa di ritrovarsi in Galleria per sostenere l’amica scomparsa cantando. Alla notizia della sua morte il programma non è cambiato, si è solo cantato per ricordarla. L’appuntamento era ieri alle 17.30 all’Ottagono, risultato impegnato da un concerto al pianoforte sponsorizzato dal Comune. Niente paura, il gruppetto s’è spostato fino a piazza della Scala, trovando un angolo dove potersi esibire.
Circa venti coristi, un po’ tardo-hippy, un po’ neo catecumeni, impegnati in un repertorio decisamente anarco-pacifista.

Come il «Va pensiero» di Verdi riscritto dall’anarchico Pietro Gori, lo stesso che all’inizio del ’900 scrisse «Addio Lugano Bella» oppure le ballate di Goran Bregovic. Una mezz’oretta, tra occhi lucidi, applausi e grandi abbracci sconsolati. Tra gli amici anche le tre sorelle Rosalia, che lavora all’archivio di zio Piero Manzoni, Valeria, maestra d’asilo, e Maria che con Antonietta, ora in Turchia per le formalità di rito, aveva appena creato una società di catering. Loro quattro insieme a Giuseppina formavano il «neurone» perché le ragazze Pasqualino erano talmente unite da rispondere in maniera pressoché identica a ogni domanda. «Come avessimo un unico neurone» erano solite scherzare. E invece rimasta a casa, dove vivevano ancora Maria e Giuseppina, mamma Elena impegnata già a progettare una mostra permanente, mezza esposizione mezzo museo, dove dirottare le produzione di quella figlia geniale e sognatrice.

«Pippa lavorava in un call center, perché bisogna pur campare, ma in lei la vocazione artistica era fortissima» racconta mamma Elena, seduta su una panchina di fronte casa, in corso Garibaldi 75, tenendo tra le mani alcuni lavori della figlia. «Una vera passione per l’arte e la creatività, una grande abilità nel ritaglio accompagnate da una grande gioia di vivere - prosegue - guardi questi scorpioni, questi serpenti, ritagliati da facsimili di banconote, il potere venefico dei soldi. Oppure queste figure, edifici e uomini, volteggiare e fluttuare immerse in barattoli colmi d’acqua. Dovesse vedere poi l’abilità nel manipolare anche la natura. Come le foglie di fico che assumevano nelle sue mani la forma delle foglie d’ulivo. Un gioia di vivere e un’energia, fermate per sempre da una mano stupida e assassina a 50 chilometri da Istanbul».