L’addio di Prodi: 2,5 milioni ai dipendenti

da Roma

Se non è un regalo di addio poco ci manca. Ma forse l’immagine che rende meglio l’idea è quella di una buonuscita al contrario, con il gruzzoletto che finisce nelle tasche dei collaboratori che restano e non in quelle del capo che se ne va. Comunque è difficile non notare la coincidenza tra l’ultima infornata di «passaggi economici interni» - leggasi aumenti - ai dipendenti della Presidenza del consiglio dei ministri, e la fine del governo di Romano Prodi. L’accordo tra le organizzazioni sindacali di Palazzo Chigi e l’amministrazione, raggiunto per il rotto della cuffia giovedì scorso, ha stabilito che 2.467.374 euro siano destinati a un «nuovo percorso di riqualificazione», come si legge in perfetto stile sindacalese nei volantini delle organizzazioni interne al palazzo. Beneficiari degli aumenti? Tutti i dipendenti di ruolo nella sede del premier a patto che abbiano almeno due anni di anzianità nella fascia retributiva di appartenenza. In tutto 1.591 persone. E a ognuna spetteranno in media circa 1.550 euro lordi di aumento all’anno.
Cifra degne dei migliori rinnovi contrattuali. E, soprattutto, aumenti concessi con modalità lontanissime dallo spirito del «Memorandum sul pubblico impiego» che i sindacati confederali e il governo firmarono un anno fa proprio a Palazzo Chigi. L’intesa siglata dal governo Prodi puntava tutto sulla meritocrazia. Gli aumenti concessi agli uffici del governo sono concessi a prescindere dai risultati e dal lavoro svolto, secondo generosi criteri di anzianità. Automatismi del genere sono previsti anche nel resto della pubblica amministrazione. Ma colpisce il fatto - osservava ieri un insider della pubblica amministrazione - che per il resto dei ministeri le promozioni economiche arrivino all’incirca ogni dieci anni mentre alla Presidenza del consiglio più o meno ogni due. Ovviamente non si tratta di una tantum. Gli aumenti, dal prossimo anno, entreranno come voce attiva nelle buste paga dei dipendenti e come uscita nel bilancio della presidenza. Un’altra secchiata di acqua nel mare della spesa corrente; quella che tutti dicono di voler abbattere per lasciare spazio agli investimenti.
Per la precisione la cifra necessaria agli aumenti dovrebbe essere sottratta al fondo per la Presidenza del consiglio. Questo però comporta che i dipendenti di ruolo alla presidenza, si prenderanno la fetta più consistente di una torta che dovrebbe andare anche alle altre persone che lavorano a Palazzo Chigi, dai «comandati» delle altre amministrazioni ai contrattisti.
Sindacati e amministrazione del governo hanno anche trovato un’intesa di massima sul personale della II e della III area. Che, tradotto, significa il passaggio da una qualifica di impiegato, per la quale basta il diploma di scuola superiore, a una da funzionario alla quale generalmente si accede solo se si è in possesso della laurea. Il passaggio, come prassi della presidenza, consiste solo nell’aumento di stipendio. Le mansioni generalmente restano le stesse. Una specie di dequalificazione volontaria (la qualifica e lo stipendio sono superiori al lavoro effettivamente svolto), accettata di buon grado dai dipendenti.
Insomma, un altra voce per le tante anomalie nella gestione del personale che lavora nel cuore dell’attività governativa. Come quella che riguarda la pausa pranzo. I dipendenti di Palazzo Chigi sono gli unici nell’amministrazione pubblica a non dover rinunciare al buono pasto quando, come prevede il contratto, decidono di non fare il break di mezza giornata per dedicarsi al lavoro. Una «rinuncia» ripagata con l’uscita dagli uffici in anticipo di un ora, alla quale i dipendenti della presidenza hanno aderito quasi tutti. Anche se a vedere il traffico agli ingressi di Palazzo Chigi e dintorni durante la pausa pranzo non si direbbe.