«L’Afghanistan avrà i suoi alpini li addestreranno i soldati italiani»

Fausto Biloslavo

da Kabul

I soldati italiani addestreranno le truppe alpine del nuovo esercito afghano, resteremo in questo disgraziato paese al crocevia dell’Asia per altri dieci anni. Il generale Mauro Del Vecchio parla chiaro a Il Giornale, sette mesi dopo aver assunto il comando della missione Nato in Afghanistan (Isaf), che oggi comprende 8600 uomini di 36 nazioni. A Camp Invicta, la base di una parte del contingente italiano a Kabul, si sta svolgendo un corso di roccia per una quarantina di ufficiali afghani.
Formeremo reparti del nuovo esercito di Kabul?
«L’addestramento delle forze armate afghane rientra nell’ambito delle nostre funzioni. Uno dei programmi prevede l’addestramento militare in montagna di personale afghano, che verrà anche inviato, per una parte dei corsi, in Italia. L’intenzione è di formare i reparti afghani in alcune nicchie in cui siamo specializzati, come le truppe alpine ed il genio, settori di cui abbiamo già iniziato l’addestramento».
L’allargamento dell’impegno Nato nell’Afghanistan meridionale e orientale sta iniziando. In futuro verranno impiegati anche soldati italiani in queste zone calde infestate dai resti dei talebani e di Al Qaida?
«Non andremo a sud o ad est. La presenza nazionale è consolidata in un’area, chiamiamola di “interesse”, che è quella occidentale ad Herat, dove c’è un nostro Prt (Centro di ricostruzione provinciale, nda) ed il comando italiano dei Prt nelle province circostanti. Poi contiamo su una presenza a Kabul che fino a maggio corrisponde al comando della missione Isaf, ma poi rimarrà costante. Un nostro gruppo di battaglia di 700 uomini continuerà ad essere inserito nella brigata multinazionale. Questa brigata verrà sostenuta nel tempo da tre nazioni, di cui una è l’Italia».
I resti dei talebani e di Al Qaida stanno utilizzando la tattica degli attacchi suicidi, una novità per l’Afghanistan. Copiano l’Irak?
«“Copiano l’Irak” mi sembra proprio l’espressione giusta. Nella strategia di chi si oppone allo sviluppo del processo democratico dell’Afghanistan il ricorso agli attacchi suicidi è diventato un’arma importante. Però quest’arma dimostra che non hanno grandi capacità operative. L’utilizzo degli attacchi suicidi e di nuove trappole esplosive comporta, a monte, un approfondimento di queste tecniche. Ci sono dei collegamenti, delle informazioni, degli scambi di esperienze fra l’Irak e l’Afghanistan».
Gli afghani sono convinti che la maggioranza dei kamikaze sia straniera, in particolare di nazionalità pachistana. Degli ultimi 25 attentatori suicidi solo tre sarebbero afghani. Lei cosa ne pensa?
«Quello che dicono le autorità governative corrisponde sostanzialmente alla verità. Tutti sostengono che coloro i quali si sono fatti saltare in aria provenivano da fuori dell’Afghanistan. Esiste un’area tribale fra Pakistan e Afghanistan dove il movimento è abbastanza libero. I talebani vivono in parte anche in Pakistan e quindi mi sento di sostenere le affermazioni delle autorità aghane».
Dell’attacco suicida di Herat contro gli italiani dello scorso dicembre non si è più parlato. È vero che il kamikaze potrebbe essere stato un pachistano?
«Si è trattato di un attentato fallito grazie alla bravura dei nostri soldati. Anche a noi sono pervenute informazioni che confermano la tesi della provenienza esterna».
Ad Herat l’influenza del vicino Iran è molto forte. Il braccio di ferro nucleare con l’Occidente potrebbe provocare rappresaglie iraniane in Afghanistan?
«Da gennaio l’Iran ha sospeso il permesso di sorvolo ai nostri aerei di trasporto diretti a Kabul (ora si passa per il Pakistan, nda). Credo, però, di poter escludere altri generi di problemi. Ad Herat non abbiamo notato alcun cambiamento della popolazione nei nostri confronti».
Fino a quando dovranno rimanere le truppe internazionali?
«Personalmente penso che sia realistico pensare ad un periodo di dieci anni da adesso».