L’Afghanistan corre al voto tra paura e voglia di pace

Oggi più di 12 milioni di cittadini eleggono il Parlamento. Sventato un attacco a una diga. Karzai: «Andate ai seggi in massa»

da Kabul

«Voglio andare a votare perché abbiamo sofferto troppo. Guarda i nostri bambini: vanno in giro scalzi, costretti a lavori umili o a mendicare per sopravvivere. Spero che il parlamento serva a far rinascere l’Afghanistan» spiega Mohammed Taher, 55 anni, venditore ambulante al bazar di Kabul. Dopo una campagna elettorale caotica, ma vivace gli afghani si recheranno oggi alle urne per eleggere i loro parlamentari per la prima volta dai tempi di re Zahir Shah, oltre trentacinque anni fa. Entusiasmo, speranza ed apprensione si mescolano alla vigilia di un secondo passo fondamentale lungo il difficile cammino della democrazia, dopo le elezioni presidenziali dello scorso ottobre. Un quarto di secolo di guerre ha lasciato il segno ed i resti dei talebani e di Al Qaida continuano a minacciare il processo di pace. Nonostante ciò il presidente Hamid Karzai ha lanciato un appello: «Andate a votare in massa - ha chiesto ai cittadini - per scrivere la storia».
Ieri è stato sventato uno spettacolare attentato ad una diga nella provincia di Helmand, nel sud del Paese, che avrebbe potuto provocare centinaia di morti. Le forze di sicurezza afghane, in collaborazione con gli americani, hanno catturato venti talebani che secondo il portavoce del ministero della Difesa afghano, Zahir Azimi, «tentavano di far saltare in aria la diga di Kajaki». La centrale idroelettrica collegata alla diga fornisce la corrente a Kandahar, l’ex capitale spirituale dei talebani. Durante la campagna elettorale sono stati uccisi sette candidati. Nella provincia di Paktika, confinante con il Pakistan, i talebani hanno decapitato per ritorsione, pochi giorni prima del voto, il figlio di uno dei candidati. Nonostante le violenze i fondamentalisti non sono riusciti ad impedire l’apertura delle urne.
Si sono registrati al voto 12 milioni e mezzo di persone, 41% dei quali sono donne in un Paese dove vige la regola del burqa. Due milioni in più rispetto alle elezioni presidenziali dello scorso anno. Le donne rappresentano il 10% dei 5800 candidati alle elezioni parlamentari e per i consigli provinciali. Nel 1969 era stato eletto il primo parlamento durante la monarchia costituzionale. Oggi si voterà per i 249 seggi della Camera bassa (Wolesi Jirga) e per i consigli provinciali delle 34 province afghane. A sua volta i consiglieri provinciali eleggeranno una parte dei senatori (Meshrano Jirga), mentre i rimanenti sono di nomina presidenziale e distrettuale.
«Sono orgoglioso di andare a votare e se Allah vorrà il parlamento servirà ad unificare la nazione e chiudere il capitolo delle guerre» spiega il diciottenne Naqibullah. Occhi verdi, emozionato e sbarbatello, voterà per un suo insegnante che si presenta alle elezioni. Dopo la preghiera nella moschea di Pol e Khishki, nel centro di Kabul, c’è chi assicura che porterà a votare tutta la famiglia, comprese le mogli, al quale sarà rigorosamente imposto un candidato comune. Altri hanno le idee più confuse, come un taxista convinto di tornare a votare per l’elezione del Presidente.
Il voto, gestito delle nazioni Unite, costa 159 milioni di dollari. I circa seimila seggi elettorali saranno aperti dalle sei del mattino alle quattro del pomeriggio, ma i risultati provvisori si sapranno appena il 10 ottobre. Per il trasporto delle 135mila urne in plastica e dei 40 milioni di schede elettorali è stato impiegato anche un esercito di muli (1247), cavalli (306) e 24 cammelli. Gli unici che potevano raggiungere i seggi più remoti. Una carovana di scrutatori è partita una settimana fa per raggiungere i seggi fra le montagne dell’Hindu Kush.
Fra i 34 responsabili provinciali dell’Onu, che da mesi lavorano per il giorno delle elezioni, c’è anche un’italiana, Costanza Lucangeli. Di origini marchigiane, capelli corti, occhi azzurri si sbraccia in mezzo alla polvere, coperta dal velo e con gli occhiali scuri, per far partire gli ultimi convogli con le urne e le schede. Responsabile della provincia di Wardak, ad ovest di Kabul, ancora infestata dai fondamentalisti, Costanza ha un grande forza d’animo: «Mine e razzi non mancano, ma ce la faremo. L’edificio in cui conteremo i voti era una prigione talebana, dove è stato incarcerato il capo degli scrutatori afghani».