Dopo l’Afghanistan Al Qaida decide di sbarcare a Gaza

Massimo Introvigne

Al Qaida ha reclutato terroristi nelle moschee radicali del mondo arabo e dell’Europa prima per addestrarli in Afghanistan, poi - chiusi i campi afghani nel 2001 - per farli combattere in Irak. Un documento di cinquecento parole - La terra di confine - annuncia ora l’avvio di una terza fase: completato il ritiro di Israele da Gaza, è per concentrarsi in quella striscia, nucleo del futuro Stato palestinese, che Al Qaida intende continuare il reclutamento. Il documento è un’implicita ammissione del fatto che le possibilità operative per Al Qaida potrebbero diminuire in Irak dopo le elezioni. Ma dalla guerra afghana in poi, Al Qaida ha sempre avuto bisogno di un luogo dove i suoi militanti potessero non solo addestrarsi ma combattere: solo chi ha combattuto una guerra - in Afghanistan, in Bosnia, in Irak - è considerato adatto a dirigere successivamente le cellule che preparano attentati in Occidente.
Secondo il documento, a Gaza è già in atto una guerra fra i «politici che obbediscono a decisioni e ordini americani» e i «guerrieri» di Hamas, del Jihad Islamico e (sembra) anche delle Brigate dei Martiri Al Aqsa, che Al Qaida non considera completamente controllabili dal governo laico-nazionalista di Abu Mazen. Al Qaida invita volontari, specie della diaspora in Europa, a concentrarsi a Gaza a mano a mano che questo diventa tecnicamente possibile. Gaza dovrà diventare anzitutto la base per attentati terroristici contro località turistiche frequentate da europei sulla scia di quelli compiuti a Taba nel 2004 e a Sharm el-Sheikh nel 2005, esplicitamente rivendicati. Ma a Gaza Al Qaida prevede la guerra civile: una guerra che legge con gli occhiali che applica all’Irak, dove vede un governo «servo degli americani» lottare contro «insorti» che sono in parte milizie internazionali inviate dalla stessa cupola di Al Qaida, in parte nazionalisti laici nostalgici di Saddam e non disposti a deporre le armi, con cui ci sono state alleanze tattiche nonostante le divergenze dottrinali.
In Palestina al governo di Abu Mazen «servo degli americani» l’analisi di Al Qaida contrappone le milizie islamiche (Hamas e Jihad Islamico) e quei «nostalgici di Arafat» che non vogliono rinunciare alla lotta armata, che certamente non la pensano come Bin Laden ma con cui ritiene possibile collaborare. L’afflusso di volontari internazionali di Al Qaida servirebbe a dare la spallata decisiva ad Abu Mazen e fare di Gaza una base da cui riprendere in grande stile gli attentati suicidi contro Israele.
Il problema per Al Qaida in Palestina si chiama Hamas. Mentre il Jihad Islamico e anche gli elementi più radicali e ostili ad Abu Mazen delle Brigate al-Aqsa non sono insensibili alle sirene di Bin Laden, Hamas da anni diffida di Al Qaida quando non la attacca apertamente. Hamas, come mostrano i risultati delle amministrative con le vittorie di Nablus e Jenin, pensa di poter vincere le elezioni politiche palestinesi o comunque uscirne così rafforzata da potere condizionare qualunque governo senza bisogno della pericolosa e scomoda tutela di Al Qaida.
In Israele sono i falchi del Likud che rimproverano a Sharon di avere aperto ad Al Qaida le porte della Palestina con il ritiro da Gaza. Paradossalmente, Sharon conta sul fatto che le milizie armate che potrebbero impedire a Bin Laden di insediarsi a Gaza sono proprio quelle di Hamas. In ogni caso, Israele vigila e se l’afflusso di volontari stranieri di Al Qaida verso Gaza dovesse assumere proporzioni significative, non esclude affatto interventi diretti.