«L’afghano cristiano si dichiari pazzo e si salverà»

Fini solleverà personalmente la questione all’imminente Consiglio europeo

Fausto Biloslavo

Incapace di intendere e di volere. Potrebbe essere il sotterfugio attraverso il quale salvare la vita all’afghano Abdul Rahman, convertito al cristianesimo, ed evitare un braccio di ferro con la comunità internazionale, Italia e Germania in testa. Ieri è addirittura intervenuto il presidente americano, George W. Bush, sostenendo di essere «profondamente turbato» dalla vicenda. Non è un gran risultato evitare la condanna a morte a un cristiano per apostasia considerandolo pazzo, ma probabilmente si tratta dell’unica via d’uscita percorribile dalle autorità afghane.
Ieri il procuratore di Stato afghano, Sarinwal Zamari, ha spiegato che Rahman «non parla come una persona normale. Potrebbe essere pazzo». Diwanà, come si dice in farsi (una delle due lingue afghane), che secondo la credenza popolare significa comunque protetto da Allah e quindi intoccabile. La conferma è arrivata anche da Wakil Omar, portavoce della Corte suprema, che in ultima istanza ratifica tutte le condanne a morte: «Per quanto ho visto e per quanto mi è stato riferito, Rahman potrebbe avere un problema mentale». La perizia psichiatrica non è stata ancora eseguita, ma nel caso il convertito fosse dichiarato incapace di intendere e volere il processo salterebbe e verrebbe scarcerato. Probabilmente gli afghani lo considerano non sano di mente per le stesse frasi che ha pronunciato in tribunale come «non mi ritengo un apostata. Obbedisco a Dio, ma sono cristiano, questa è la mia scelta».
Nel frattempo si inasprisce il braccio di ferro politico fra Kabul e Berlino, che ha preso subito le difese di Rahman, il quale ha vissuto in Germania per nove anni prima di tornare in patria. Ieri il cancelliere tedesco Angela Merkel ha riunito il governo per discutere il caso, dopo che il ministro degli Esteri, Frank Walter Steinmeier, aveva chiaramente ricordato a Kabul i doveri di rispettare i diritti dell’uomo e la libertà di culto, tra l’altro previsti dalla Costituzione afghana. La Cdu ha sottolineato attraverso Friedbert Pflueger, responsabile delle relazioni internazionali del partito, che la Germania non ha 2.200 soldati in Afghanistan «perché si eseguano sentenze capitali per motivi religiosi».
Da Kabul è arrivata una risposta stizzita per bocca del ministro dell’Economia, Mohammad Amin Farhang, che ha insegnato all’università della Ruhr e aveva la cittadinanza tedesca prima di assumere la carica governativa. «La reazione dei politici in Germania è esagerata - ha affermato il ministro in un’intervista a un giornale tedesco -; se i politici tedeschi alludono alla possibilità di un ritiro delle truppe dall’Afghanistan, mi sembra che si configuri una sorta di ricatto». Farhang ha spiegato che le autorità afghane non si impicciano degli affari interni tedeschi e tantomeno delle decisioni dei tribunali. Un eventuale ritiro, chiesto anche in Italia dal senatore a vita Francesco Cossiga, «servirebbe solamente ad aiutare i terroristi che vogliono isolare l’Afghanistan all’interno della comunità internazionale», un passo «che potrebbe risultare pericoloso per l’Europa e per il resto del mondo». Anche le Nazioni Unite si sono allarmate. Tom Koenigs, che rappresenta a Kabul il segretario generale dell’Onu, ha chiesto alle autorità afghane di «rispettare il diritto alla libertà religiosa» dell’afghano che rischia la pena di morte per essersi convertito al cristianesimo. «Seguo con molta inquietudine la vicenda di Abdul Rahman, consegnato alla giustizia per non aver rispettato la legge islamica - ha dichiarato Koenigs -. Auspico che i diritti legali e umani di Rahman siano rispettati e che questo caso non crei una frattura tra l’Afghanistan e i suoi partner internazionali».
L’Italia continua, secondo una nota della Farnesina, a esercitare pressioni per il caso dell’afghano cristiano. Il ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, solleverà personalmente la questione all’imminente Consiglio europeo. Ieri è intervenuto anche il presidente americano George W. Bush dicendosi «profondamente turbato» all’idea che un cittadino afghano sia processato per essersi convertito al cristianesimo e che questo accada «in un Paese che gli americani hanno contribuito a liberare».