«L’Africa? È a Roma, dove vivono nel degrado 400mila clandestini»

Marcello Viaggio

Clandestini. Una bomba a orologeria. Nella capitale, nessuno conosce le cifre. Ma il vicecapo di gabinetto di Veltroni, Luca Odevaine, un mese fa l’ha buttata lì: 400mila, forse di più. A Roma i clandestini sarebbero, insomma, secondo lo stesso Comune, due volte gli immigrati con regolare permesso di soggiorno.
E c’è da crederci visti i numeri impressionanti che vengono fuori controllo per controllo nelle baraccopoli della periferia. In mille erano a Fidene nei vagoni ferroviari, quasi altrettanti in via dell’Impruneta, alla Magliana. Una massa imprecisata alla stazione Tiburtina, nelle pinete dell’Aurelia, di Castelfusano, nelle bidonville lungo il Tevere, al parco di Aguzzano, a Colli Aniene. Un’invasione.
Sugli immigrati Veltroni ha una posizione ben precisa da sempre: accoglierli tutti, senza andare troppo per il sottile. Documenti o no. E le baraccopoli? Le file di coperte e di cartoni sotto i portici, nei sottopassaggi? Il sindaco allarga le braccia: «Oltre a dare asilo di più non possiamo fare, tocca al governo trovare risorse per dare casa e lavoro a tutti». La replica spetta al coordinatore romano di Forza Italia, Giampaolo Sodano. Specie dopo il recentissimo pronunciamento dell’Unione europea a favore dell’Italia sul pattugliamento congiunto delle frontiere e sull’espulsione dei clandestini, è giusta la posizione di Veltroni? «Incoraggiare un’immigrazione selvaggia come questa a Roma è assolutamente sbagliato. Non conviene ai romani, non conviene a chi viene da noi all’arrembaggio, senza alcuna prospettiva. Emarginati erano nel loro paese, emarginati restano anche da noi. La politica giusta non è quella dell’accoglienza, ma dell’integrazione. L’integrazione, però, è un problema di politica nazionale, tocca allo Stato metterci mano, non ai comuni. Se il comune si sovraccarica di questi oneri, dalla casa all’assistenza sanitaria, senza una seria copertura economica e una politica di sviluppo, ma solo per motivi elettorali, il fallimento è sicuro: aumenta la spesa pubblica, aumentano le tariffe locali, non si risolvono i problemi».
Veltroni parla sempre di povertà, di masse diseredate. Ma l’Africa è anche nelle nostre periferie. I clandestini, ma anche gli immigrati regolari, a volte vivono ammassati come bestie. In dieci-venti in uno stanzone, in un vecchio magazzino. Perché il sindaco non cerca l’Africa anche li? «Il motivo è evidente. Veltroni da lucido intellettuale, evita il confronto con i problemi quotidiani, quelli che si risolvono con la sana amministrazione, oscura, silenziosa, che non dà la ribalta, non accende i fari. Per l’Africa non può bastare una manifestazione canora. Occorre un piano che ne valorizzi le immense risorse: manodopera, materie prime. Ma su questo Veltroni non dice nulla».
Dopo le assise nazionali di An e Udc, come cambia la politica del centrodestra romano? La relazione di Follini al secondo congresso Udc, non rischia di complicare il cammino verso la casa comune a Roma? «È stata una settimana importante anche per l’assemblea della vecchia Dc, quella di Rotondi. L’anima democristiana e socialdemocratica, però, in Europa è stata definitivamente spazzata via con la crisi dell’asse franco-tedesco. E anche in Italia le risposte debbono essere altre. Con la coniugazione dei valori cristiani e delle politiche liberali in un partito nuovo». Al di là della fede religiosa? «Il cristianesimo è anche un fatto culturale, un denominatore comune che associa credenti e non credenti. Bisogna lasciarsi per sempre alle spalle la breccia di Porta Pia. Sono distinzioni superate. Follini sbaglia a rifugiarsi nel passato. Insisterà a dire di no al nuovo partito? La risposta la deve a Casini».
E la nuova Dc romana, quella di Cutrufo? Potrebbe trovare collocazione nella casa comune da socio fondatore?«La porta è aperta».