L’agente: "Non posso averlo ucciso. Ho fatto fuoco puntando verso l’alto"

La testimonianza che il presunto responsabile (32 anni, da nove in servizio alla Polstrada) ha reso a superiori e magistrati

Arezzo - Ricorda bene tutto, tranne d'aver sparato ad altezza d'uomo. «Sono sicuro, ho fatto fuoco verso l'alto a scopo intimidatorio. Sapevo quel che facevo, volevo interrompere l'alterco, la rissa dall'altra parte della carreggiata. Quel ragazzo non posso averlo colpito io, non posso, non posso».
Il racconto disperato del 32enne agente in servizio da nove anni alla stazione della Polstrada di Battifolle è dettagliato, minuzioso, sicuro. Solo dopo aver relazionato il tutto a superiori e magistrato, il presunto responsabile della morte del tifoso biancoceleste, si confida coi colleghi e con un paio d'amici. A chi gli parla di tragico errore, scuote la testa. Non sa che pensare. Cosa dire. Balbetta.
«C'era anche un'altra pattuglia con noi lì a Civitella, eravamo fermi, stavamo facendo alcuni riscontri sugli occupanti di due autovetture. Il controllo dei documenti è stato interrotto all'improvviso quando abbiamo sentito nitidamente della urla. Io stavo con un collega nell'area di servizio di Badia al Pino, nell'arteria sud, quando poco dopo le nove ci siamo accorti che dall'altra parte della carreggiata, nell'Autogrill posizionato proprio di fronte, si fronteggiavano alcuni ragazzi. Si è svolto tutto in maniera così veloce, era tutto così confuso. Non capivamo bene».
«Ci siamo accorti - continua l’agente - di quello che stava accadendo per le urla che continuavano a echeggiare e per la gente che all'interno del parcheggio scappava in ogni direzione. Si sentivano anche dei tonfi, dei rumori forti, ripetuti, come dei colpi sulle macchine. Così - continua - abbiamo fatto sentire la nostra presenza azionando l'apparato acustico (la sirena) e il lampeggiante dell'autopattuglia».
La situazione, continua l'agente, sembrava però dovesse prendere una piega drammatica da un momento all'altro. I due gruppi, spiega, si picchiavano con insistenza e non davano l'idea di volersi calmare. «La nostra presenza - aggiunge - non sortiva effetto. Abbiamo capito che poteva mettersi male quando ci siamo accorti che le persone coinvolte nello scontro erano parecchie, almeno una decina di ragazzi. Per questo, ripeto, siamo intervenuti».
L'agente continua a sfogarsi con le persone che gli sono più vicine. A ognuno ripete pedissequamente quanto ha già detto al magistrato. «Nonostante la sirena la rissa non si placava così ho estratto l'arma dalla fondina, mi sono avvicinato al guardrail, mi sono sporto e ho mirato verso l'alto, quindi ho premuto il grilletto due volte, credo. Non avrei potuto sparare ad altezza d'uomo per ovvi motivi e anche perché, in mezzo all'autostrada, passavano le macchine. La distanza? Saranno stati 50 metri, forse di più».
E infine: «Non so cosa sia successo poi, ho solo notato che una delle vetture coinvolte, dopo poco, usciva velocemente dall'area di servizio, e non ho visto più nessuno. L'idea che un ragazzo sia morto per un colpo partito dalla mia pistola, mi sconvolge. Non so cosa dire, cosa pensare. Mi sembra incredibile, è tutto così assurdo. Sono distrutto dall'angoscia».