L’Agenzia atomica non trova l’intesa e l’Iran alza il prezzo

Rinviata a oggi o forse domani la riunione sulla crisi nucleare. Teheran rilancia: negoziati ancora possibili, ma senza precondizioni. Israele: Usa e Ue non siano deboli

Roberto Fabbri

La riunione del Consiglio dei governatori dell’Agenzia atomica internazionale (Aiea) convocata per ieri a Vienna sul tema scottante della crisi nucleare iraniana non ha prodotto alcun risultato: è stata rinviata a oggi, ma non è escluso che il tutto slitti a domani. «Speriamo di riuscire ad avere una bozza di risoluzione», ha detto un portavoce.
Questa risoluzione così sofferta vede accapigliarsi i rappresentanti europei, americani e di una trentina di Paesi di tutto il mondo. Sembra che alla fine vi sarà messa per iscritto la richiesta al direttore generale dell’Aiea Mohamed El Baradei di produrre entro il 20 agosto un rapporto sui passi compiuti dall’Iran dopo la contestatissima ripresa delle attività di arricchimento dell’uranio nella centrale di Isfahan. Anche il rappresentante iraniano ha preso la parola ieri e ha ribadito che il suo Paese intende proseguire sulla strada intrapresa, che segna una drastica rottura col passato: l’intero processo di arricchimento dell’uranio dovrà essere attuabile in Iran, coi rischi che ne conseguono di lasciare nelle mani di un Paese sospettato di legami col terrorismo internazionale la tecnologia per fabbricare ordigni nucleari.
In queste ore l’Iran ha continuato ad alzare la voce. Agli europei - il bersaglio più facile, visto che svolgono il loro ruolo di mediatori con una pazienza commista alla volontà di salvaguardare cospicui interessi economici - hanno detto che negoziare è ancora possibile «purché non vengano poste precondizioni». Il presidente-falco Ahmadinejad ha aggiunto sibillinamente di avere «nuove idee» da sottoporre ai negoziatori europei, ai quali ha peraltro ribadito il rifiuto degli avvertimenti dell’Ue, ora disposta (a parole e di gran malavoglia) a seguire gli americani sulla via del deferimento dell’Iran al Consiglio di sicurezza.
Gli americani, tuttavia, si mantengono misurati. Se l’ambasciatore Usa presso l’Aiea Schulte ha criticato «la scelta iraniana di rifiutare le generose offerte europee» e ha detto di «condividere l’inquietudine dei nostri alleati europei», il presidente Bush ha definito «un segnale positivo» il fatto che Teheran si sia detta disposta a tornare a discutere del suo programma nucleare, pur mantenendo la sua diffidenza sugli obiettivi iraniani. Sullo sfondo, ha aggiunto Bush, rimane l’opzione del Consiglio di sicurezza.
Russia e Israele (due protagonisti che svolgono ruoli ben diversi in questa vicenda) sono andati ben oltre. Mosca, che sta costruendo per l’Iran la centrale atomica di Bushehr, ha richiamato Teheran alla legalità: «Sarebbe saggio - si legge in un comunicato del ministero degli Esteri - interrompere immediatamente l’attività di conversione dell’uranio appena ripresa e continuare una stretta cooperazione con l’Aiea». Gerusalemme, che teme fondatamente di essere nel mirino di un futuro Iran potenza nucleare, è tornata a lanciare l’allarme che ripete ormai da anni: Europa e Stati Uniti non si mostrino deboli con Teheran, perché ogni volta che danno questa impressione l’Iran gioca duro. «Bisogna mostrarsi fermi - ha detto un funzionario del governo israeliano - perché è un regime guidato da estremisti che sostengono il terrorismo internazionale, forniscono armi a Hezbollah e incoraggiano gli attentati antiamericani».
Ma Teheran non sembra voler tornare a più miti consigli. L’ex ministro della Difesa, ammiraglio Ali Shamkhani, ha definito l’Iran di oggi «una fortezza inattaccabile». «I nostri centri nucleari li conoscono tutti - ha detto Shamkhani - ma se fossero attaccati abbiamo già provveduto per la loro ricostruzione in località segrete e protette». E ha definito spavaldamente l’eventualità di un attacco Usa «minima, ma non impossibile». La sfida continua, proprio mentre il segretario alla Difesa Rumsfeld torna ad accusare l’Iran di permettere il passaggio di armi in Irak.