«Con l’agonismo il nostro “sapere” in grande evidenza»

Marco Saltalamacchia, giovane e gioviale presidente nonché amministratore delegato di Bmw Italia, è un fervente sostenitore dell’impegno della casa automobilistica bavarese nello sport. Anche con la sponsorizzazione di eventi e atleti delle più importanti discipline, ma soprattutto attraverso il coinvolgimento diretto nelle competizioni su pista e su strada.
Perché Bmw ha scelto di tornare in Formula Uno 6 anni fa, sia pure con la semplice fornitura dei motori a uno dei top team, dopo oltre un decennio di assenza?
«La scelta di offrire una tecnologia innovativa per ottenere risultati di assoluto valore è stata fatta da Bmw fin dai primi anni di fondazione dell’azienda. I successi sono arrivati e continuano ad arrivare in tutte le categorie motoristiche, dalle moto alle vetture da turismo, dalle macchine sportive alla Formula 1. Ma oggi più che mai è soprattutto la Formula 1 la disciplina che può sottolineare le competenze sportive e il sapere tecnologico di una grande casa automobilistica. Il know-how nella realizzazione dei motori a benzina aspirati rappresenta senza alcun dubbio una solida base per il trasferimento di tecnologia, dalle vetture da competizione a quelle di serie ma anche viceversa. A mo’ di esempio delle capacità di Bmw nel mondo dei propulsori, mi piace ricordare il titolo di campione del mondo vinto da Nelson Piquet nel 1983, solo un anno dopo l’ingresso della nostra azienda nel club esclusivo dei costruttori di motori da corsa. Oggi, con il livello di sofisticazione raggiunto e il coinvolgimento diretto dei più importanti costruttori di automobili, arrivare al successo in Formula Uno è diventato molto più difficile. E riuscirci in poco tempo lo è ancora di più. Ma questo rende la sfida oltremodo avvincente e stimolante».
A un livello inferiore, per tecnologia impiegata e costi, si può dire lo stesso anche per il Campionato mondiale turismo?
«Senz’altro. Il WTCC ci consente da un lato di sottolineare le doti dinamiche delle nostre vetture e dall’altro di esaltare il valore della sfida tra i diversi team, tutti in grado di competere ai vertici. E poi, nel team Italy-Spain abbiamo un pilota eccezionale come Alessandro Zanardi che incarna fino in fondo i valori del nostro marchio».
Nel 2000 avete preferito avviare una collaborazione con un team già esistente ed affermato, anziché dar vita a una squadra BMW al 100 per cento. Alla luce dei risultati ottenuti sinora, oggi siete ancora convinti di aver fatto la scelta giusta?
«C’è un discorso di costi, ovviamente, dal quale non si può prescindere. Come fornitori di motori spendiamo molto meno di quanto dovremmo sborsare per mantenere un team totalmente nostro. Ma non solo. Il team Williams non era certo l’ultimo arrivato in F1. E i risultati di questa partnership tra due aziende leader si sono visti da subito. Basti pensare che il terzo posto nel 2000 costituisce il debutto più positivo per un costruttore in oltre 30 anni. Poi, tra il 2001 e il 2003 sono arrivate 10 vittorie, tre doppiette e un secondo posto nella classifica costruttori. E quest’anno, dopo una stagione di transizione, abbiamo già conquistato pole position e podi che ci lasciano ben sperare per il resto del campionato».