L’Aia, Balkenende in Parlamento: addio alla Carta

Il primo ministro dei Paesi Bassi accetta a malincuore il risultato del referendum e sconfessa in aula la legge che il suo governo aveva votato a larga maggioranza. L’opposizione: dimettiti

Elo Foti

nostro inviato a L’Aia

Forse mai come ieri la voce del popolo è entrata così sovrana nel Parlamento olandese. Prendendo atto del No partorito dal referendum di mercoledì sulla ratifica o no della nuova Costituzione Ue, il primo ministro democristiano Jan Peter Balkenende è tornato nella solenne Aula del Palazzo dei cavalieri, nel centro dell’Aia, per annunciare che il suo governo ritirava la proposta di legge riguardate la Magna Charta europea, che la stessa Assemblea, già tempo fa, aveva approvato a grande maggioranza. La consultazione non era vincolante, ma il premier non ha potuto sottrarsi all’ingrato compito di accettarla, soprattutto in considerazione dell’alta percentuale di votanti, e di rinnegare quanto lui, i partiti che lo appoggiano - i liberali del Vvd e del D 66 - e il maggior partito di opposizione, il PdvA laburista, avevano concordemente promosso.
C’è del buono in questo referendum, hanno mestamente ammesso i capi laburista e del Vvd, Wouter Bos e Jozias van Aartes. «C’è di buono - queste le loro parole - che è servito a riavvicinarci al popolo, a ridurre il fossato che si era formato tra noi e i cittadini. Abbiamo raccolto il messaggio proveniente dalla consultazione e dato ascolto alla voce del popolo». Che è stata forte e chiara. I dati ufficiali e definitivi: il No ha avuto il 61,6 per cento, il Sì il 38,4. L’affluenza ai seggi ha raggiunto il 62,6, il doppio di quella pretesa da Balkenende per considerare valido il voto.
La seduta era la prima dopo la chiusura, la scorsa settimana, per consentire ai deputati di dedicarsi meglio alla campagna referendaria. Nonostante la superiorità numerica e di mezzi, l’ottanta per cento dei parlamentari componenti il Fronte del Sì ha alla fine dovuto alzare bandiera bianca davanti ai pochi esponenti del battagliero commando del No. Pochi ma con tanti argomenti che hanno fatto presa sugli olandesi. E i piccoli vincitori, guidati dal cavaliere solitario del No, Geert Wilders, condannato a morte dagli estremisti islamici, hanno rinnovato la richiesta di dimissioni del governo. Come un ariete, Wilders è tornato a picchiare contro la porta del castello governativo. «Ha perso credibilità, deve dimettersi. Balkenende ha ignorato le giustificate preoccupazioni dei cittadini. Raramente la distanza tra esecutivo e popolo è stata così penosamente grande ed evidente», ha dichiarato preannunciando una mozione di sfiducia.
Le dimissioni del ministro degli Esteri Ben Bot e del segretario di Stato Atzko Nicolai sono chieste in particolare dall’autorevole quotidiano di Rotterdam, l’Algemeen Dagblad. Nel suo commento «di prima pagina» il giornale pagina accusa il capo della diplomazia di comportamento indegno. Bot aveva invitato i concittadini a disertare i seggi: «Restate a casa». Nicolai, addetto a gestire il referendum e le questioni europee, viene definito inadeguato al compito istituzionale che ricopre.
Per Balkenende i problemi interni e quelli europei si aggrovigliano. Gli uni legati agli altri. Nel prossimo Consiglio della Ue, che si terrà il 16 e 17 giugno, il premier si troverà accanto ai francesi nella scomodissima posizione di «cattivo» della compagnia. Sarà necessario studiare una condotta per barcamenarsi in attesa di decidere se mantenere la rotta o cambiarla. Non farà piacere ai soci comunitari sentire il primo ministro dei Paesi Bassi comunicare che intende ridurre i contributi alle casse di Bruxelles. «Versiamo 180 euro l’anno a testa. Nessuno paga tanto quanto noi e riceve ben poco in cambio», aveva urlato quotidianamente Wilders durante la campagna per il No. Alcuni giorni prima del referendum, il premier era corso ai ripari annunciando che avrebbe ridotto i contributi. Troppo tardi. Dopo avere scontentato i connazionali, scontenterà i colleghi della Ue.
Il referendum ha innescato anche un dibattito di genere diverso. Più deputati, tra i quali il laburista Bos, vorrebbero che questo istituto divenisse vincolante per il governo e che vi si facesse spesso ricorso (quello di mercoledì è stato il primo in duecento anni). Un esponente del Cda ha risposto che un eccesso di consultazioni popolari non è consigliabile né servirebbe, come ora qualcuno crede, a riavvicinare il Parlamento al popolo. Per ritrovare la concordia con gli elettori ci vuole soprattutto un rilancio dell’economia.