L’Aia: «Mladic ancora latitante» E il governo serbo rischia la crisi

Fausto Biloslavo

Il generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, ricercato numero uno del tribunale de L’Aia per i crimini di guerra nei Balcani, è ancora in fuga, ma il giallo della sua cattura, fatta filtrare alla stampa e poi smentita, resta aperto. Le ipotesi più plausibili che circolano a Belgrado parlano di trattative riservate per la resa ancora in corso, depistaggi di settori dei servizi segreti fedeli al generale latitante o boicottaggio dell’ingresso della Serbia in Europa.
Il procuratore capo del tribunale internazionale per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia, Carla Del Ponte, ha indetto ieri una conferenza stampa per smentire le notizie circolate la sera prima della cattura del generale ricercato per genocidio: «Mladic rimane in libertà, sfortunatamente, e nulla indica che al momento siano in corso trattative per la sua resa». Anche il comando Nato a Bruxelles ha smentito l’arresto ed il portavoce del governo serbo, Srdjan Djuric, è stato chiaro: «Non vi sono state attività particolari, né ieri, né oggi sul caso Mladic».
Invece la stampa serba si sbizzarrisce, a cominciare dal tabloid Kurir che titola a caratteri cubitali: «Mladic arrestato». Più prudente il popolarissimo Blic che parla del generale «circondato». Ancora ieri mattina trapelavano soffiate provenienti dagli apparati di sicurezza che spiegavano come Mladic «non sia stato ancora arrestato», ma il suo nascondiglio «è stato individuato in un luogo segreto, negli ultimi giorni».
L’impressione è che sia stato creato ad arte un corto circuito, o peggio, una manipolazione mediatica dai fini poco chiari sui quali circolano varie ipotesi. La prima punta sulle trattative segrete, in pieno corso. In cambio della resa Mladic insisterebbe sulla protezione ed un vitalizio per i suoi familiari. Alcuni giornali bosniaci e serbi indicano addirittura il luogo dove si troverebbe il super ricercato, a circa un centinaio di chilometri a ovest di Belgrado sulle montagne di Cer, non distanti dal confine con la Bosnia. I negoziati starebbero avvenendo nel monastero di Petkovica oppure in una base sotterranea dell’esercito serbo-montenegrino vicino a Straza. Queste informazioni, così dettagliate, potrebbero far parte di un piano di depistaggio dei servizi serbi ancora legati a Mladic, per far saltare qualsiasi negoziato o il tentativo del governo di Belgrado di mettere la mani sul latitante. Non è un caso che i primi a confermare la fantomatica cattura del generale siano stati proprio gli esponenti del partito socialista fondato da Slobodan Milosevic, imputato numero uno a L’Aia. Ieri anche Tomislav Nikolic, leader del partito radicale, ultranazionalista, ha ribadito la sua opposizione alla consegna di Mladic sostenendo che «molta gente stava meditando di scendere in piazza». Nikolic ribalta le carte spiegando che la notizia della finta cattura è stato «un gioco del governo serbo» per tastare la reazione dell’opinione pubblica, tenendo conto che molti serbi considerano Maldic non un criminale di guerra, ma un eroe.
Inoltre non può essere un caso che martedì, quando è “esplosa“ la notizia dell’arresto, iniziava a Belgrado la trattativa tecnica per l’Accordo di stabilità e associazione (Asa), che avvicina la Federazione serbo montenegrina all’Unione europea. Il 27 febbraio il commissario all’allargamento, Olli Rehn, presenterà ai ministri degli Esteri della Ue una relazione sul caso serbo. Si prevede che Rehn proporrà il congelamento del processo di associazione, se non addirittura sanzioni, fino a quando Mladic non verrà consegnato. In questo caso il Montenegro potrebbe tornare a cavalcare l’idea di staccarsi definitivamente dalla Serbia ed il governo di Belgrado andrebbe in crisi. Del caos politico ne approfitterebbero gli ultranazionalisti amici di Mladic.