L’Aida «recitata» esalta il Regio

Tutto esaurito per l’allestimento di William Friedkin, regista dell’«Esorcista». In scena statue e colonne gigantesche

Alberto Cantù

da Torino

«Proprio bello! Quest’anno abbiamo iniziato molto bene» commenta, con largo accento piemontese, all’uscita dal teatro, uno dei 1.600 spettatori - «tutto esaurito» per tutte e 12 le rappresentazioni - che hanno applaudito Aida, il titolo verdiano con cui il Regio di Torino ha «iniziato molto bene» ieri l’altro e con grandi battimani, la stagione 2005-2006. Quella che i tagli previsti dalla nuova Finanziaria potranno far sì «che al nostro teatro venga meno il 40 per cento dei finanziamenti pubblici, comportando la drastica riduzione, se non addirittura l’interruzione delle attività» come ha denunciato, prima dello spettacolo, un delegato delle maestranze artistiche, schierate sul palcoscenico come tanti volpediani del Quarto Stato, incluso il cupo fondale del dipinto di Pellizza da Volpedo.
Con l’auspicio che il buonsenso prevalga, nelle istituzioni e nei teatri, a godere Aida e gli altri 10 spettacoli in cartellone a Torino, saranno 13mila abbonati: perché il Regio ha gli appassionati d’opera più affezionati e numerosi d’Italia.
Aida, dunque, capolavoro fra i capolavori di Verdi perché quest’opera ha una bellezza tutta sua che «come un flusso calorico parte dal paesaggio e dai due personaggi femminili per avvolgere marce, danze, re, sacerdotesse e sacerdoti» (vedi il saggio di Pestelli, splendido per affabilità e spessore, nel programma di sala). Aida nel nuovo allestimento - deve girare - con la regia di William Friedkin (suoi Il braccio violento della legge, L’esorcista e altri 15 film) che a 19 anni venne folgorato dalla musica colta sulla via del Sacre di Stravinskij. Più - perfetto lavoro di gruppo - scene e costumi bellissimi di Carlo Diappi, la coreografia agile e stilizzata, tutta veli bianchi o drappi in movimenti snelli, oppure sculture o bronzi di carne come nelle foto di Mapplethorpe, le luci pittoriche di Andrea Anfossi, le sagome animate di Michael Curry - metà uomini, metà animali - secondo l’iconografia egizia.
Grandi colonne e statue immense erette ad arte, rituali remoti e misteriosi (le bianche larve dei Sacerdoti) incombono e schiacciano le private passioni: gli amori senza scampo, gli odi terribili, il sacrificio di Radames e Aida, sepolti vivi in un sotterraneo, ovvero schiacciati dai giganteschi piedi marmorei dei faraoni.
Tra film e taglio pittorico, aderentissimo al libretto e a un Egitto filologicamente credibile, Friedkin insegna ai cantanti a recitare: a tirar fuori con credibilità psicologia e anima. La scena è sempre elegante e pulita anche quando imponente. L’idea di far sfilare la marcia trionfale tra palcoscenico e platea stavolta funziona.
In quest’opera - ancora Pestelli - la frase melodica «spaziosa, ariosa e panneggiata» chiede dei cantanti verdiani al quadrato, oggi che purtroppo mancano anche quelli semplici. Fiorenza Cedolins, pur senza la spaziosità di cui sopra e la voce ferma che ad Aida necessitano, ha una sofferta malinconia di tinte dolorose, lirismo soave e un pathos catturante. A Walter Fraccaro, Radames, qualcuno dovrà spiegare che Verdi non è Mascagni (le parti declamate). La voce è bella, squillante, l’emissione bene in fuori alla Pavarotti, ma il gusto è brado. Bene Alberto Gazale, Amonasro di rango, e bravini Alfredo Zanazzo (il re) e Giorgio Surian (il capo dei sacerdoti). Poco omogenea e non attraente in alto e in basso, la corda di Marianne Cornetti: Amneris. Direzione di Pinchas Steinberg stringata ed efficace oltre che abilissima nel seguire i cantanti, nel far suonare al meglio l’orchestra del Regio e il coro di Claudio Marino Moretti dai «pianissimo» squisiti.