L’ala radicale è depressa «Ormai siamo nell’angolo»

Rifondazione, Verdi e Pdci si appiattiscono su Prodi: se cade deve essere chiaro che non è per colpa nostra

da Roma

I ceffoni che Massimo D’Alema assesta alla sinistra massimalista dell’Unione, quella che «non serve al Paese», bruciano. Ma la parola d’ordine, da quelle parti, ormai è «incassare e tenere duro». Tanto, ammette a denti stretti un dirigente dei Verdi, «ormai ci hanno messo all’angolo, sparare su di noi è come sparare sulla Croce rossa».
C’è un’unica priorità per Rifondazione, Pdci e Sole che ride: tenere in piedi Prodi, costi quello che costi. E se per caso andasse male, subito o tra un po’, «deve essere chiaro che non è stato per colpa nostra. Mentre in molti, a cominciare da D’Alema, stanno mettendo tutte le premesse per buttarci la croce addosso», spiegano dal Prc. Sull’altare di questa necessità i sacrifici sono già stati consumati: con i 12 punti «irrinunciabili e non negoziabili», sottoscritti col sangue nella riunione di giovedì notte, la sinistra ha ingoiato non solo la rinuncia ai Dico ma anche la Tav, i rigassificatori, le missioni militari all’estero, la riforma delle pensioni, l’abbandono di conflitto d’interessi e legge sulle tv. In futuro, se Prodi ci arriverà, anche la Finanziaria. Il manifesto celebra la fine delle speranze: «Quei 12 punti sono la svolta conservatrice del centrosinistra. Per quello che dicono e per il molto che non dicono essi valgono il triplo delle centinaia di pagine del programma dell’Unione che votammo», scriveva ieri nell’editoriale. E la sinistra «non avendo ottenuto niente del programma promesso, ora lo vede ribaltarsi di segno e di ispirazione».
Dunque i ceffoni di D’Alema sono il meno, in questa situazione. E infatti le reazioni sono blande. Fausto Bertinotti scuote la testa: «Non mi permetto di commentare autorevoli interventi senza averli ascoltati». «L’esasperazione dei toni corrisponde evidentemente a una necessità propagandistica», dice il capogruppo Prc Gennaro Migliore, «ma io sono per la libertà di parola di tutti, anche di D’Alema». La sinistra radicale, sottolinea, «non ha nulla di cui giustificarsi. Se qualcuno pensa che non ce ne sia bisogno in questo Paese è suo diritto, per carità. Lo spiegasse a quei due milioni e mezzo di cittadini che ci votano». Certo, «a buttarci la croce addosso per quanto è successo al Senato ci hanno già ampiamente provato, e in parte ci sono anche riusciti, a giudicare dalle reazioni di tanti compagni che ci imputano di aver tirato troppo la corda. Ma i fatti sono altri: sono che noi siamo fortemente interessati alla prosecuzione di questo governo e di questa maggioranza, e ora c’è da guadagnare il passaggio della fiducia per poi andare avanti». E se non ci si riuscisse, «vuol dire che allora c’è un inciucio serio», non certo una mancanza di volontà della sinistra.
Il sottosegretario verde Paolo Cento reagisce un po’ più spazientito: «D’Alema dovrebbe tenere presente che senza sinistra alternativa il suo Partito democratico, se va bene, sta al 30 per cento. E senza di noi qualche problema per governare ce l’avrà eccome. Quindi meglio evitare punzecchiature gratuite». Anche perché le parole sprezzanti del vicepremier potrebbero avere un effetto urticante su quei senatori, già fortemente depressi dall’esito della crisi, che ora devono tornare a votare la fiducia. A cominciare dal fatidico Turigliatto, sul cui sì nessuno dentro Rifondazione se la sente di mettere la mano sul fuoco: «Già lo abbiamo espulso dal partito prima della fiducia, poi ci si mette pure D’Alema...». Il quale, constata il deputato «dissidente» Cannavò, «non è certo uno stratega: in un momento così delicato le sue parole certo non aiutano. Ne ha già dette tante, e poi gli è toccato pentirsi... Il voto al Senato è molto incerto». Tanto che Prodi in persona si è mobilitato per telefonare all’altro dissidente del Senato, quel Fernando Rossi che le ha buscate da un dirigente del Pdci, e assicurargli la sua solidarietà. «Ma non è una captatio benevolentiae», giura il ministro prodiano Santagata.