L’Albanese dalle mille facce racconta tutte le nostre paure

Ferruccio Gattuso

da Milano

Siamo tutti accalcati al buffet di un grande party psicopatico e non lo sappiamo. Antonio Albanese prova a farcelo capire con parole (oculate, firmate da Michele Serra) e gesti (tanti, com’è nel suo stile) in Psicoparty, ai nastri di partenza nelle Marche, al Teatro Gentile di Fabriano il 12 ottobre. Lo spettacolo, destinato a percorrere l’Italia come un pendolino per sei lunghi mesi, offre la dimensione del one man show, quella che vede assoluto protagonista l’attore «felicemente bastardo, mezzo siculo mezzo brianzolo». Dopo sei anni di lontananza, Albanese torna all’amore più completo: «Non che volti le spalle a cinema e tv - spiega con la solita malinconica timidezza da perfetto clown - tant’è vero che non riesco mai a dire di no agli amici della Gialappa’s e nemmeno alle occasioni come l’ultimo film di Pupi Avati. Ma in teatro, e soprattutto con la comicità, io mi sento totalmente libero».
A tal punto ci crede, l’Antonio-Mille-Facce, da aver consegnato nelle braccia di questa divinità da lui adorata il tema meno comico: la paura. Psicoparty - attraverso una carrellata irresistibile di vecchi e nuovi personaggi - vuole infatti raccontare le tante paure di oggi. «Paure che ci colpiscono individualmente e come società - spiega l’attore -, la paura del terrorismo, come quella del quotidiano, addirittura la paura di essere felici. Ogni mio personaggio è una psicopatologia: ci sarà Epifanio, che ho voluto far rivivere dopo molto tempo, così ingenuo e puro, ci sarà l’industriale Perego, che dopo cinque anni dal successo del suo Eternit ora deve vendere ai cinesi. E c’è un nuovo personaggio cardine dello spettacolo: il ministro della Paura, che decide quanta paura dobbiamo avere».
Insomma, c’è chi come il fu-presidente Roosevelt voleva sconfiggere la paura col New Deal e chi, come Albanese, è convinto di domarla con la comicità. «Con Psicoparty cerco di avvisare su possibili paure e disgrazie che potrebbero capitarci, non mi limito a raccontare quelle che già ci attanagliano. Così come nell’ultimo spettacolo Giù al nord stigmatizzavo l’ossessione del lavoro». Come ai tempi di Giù al nord, squadra che vince non si tocca: Albanese ha raccolto attorno a sé regista, Giampiero Solari, e sceneggiatore, Michele Serra, al quale si aggiunge Piero Guerrera. L’occhio felino e beffardo di Serra brilla chiaro come non mai accanto all’amico Antonio: «Lavorare con Albanese è più che consueto - spiega Serra -, per me è una cosa di famiglia. Scrivere per lui è una cosa insolita: Antonio è un attore fisico, il testo finisce nelle sue mani e poi rimbalza indietro, trasformato in qualcosa di diverso. Si lavora continuamente alla parola, che viene da lui metabolizzata: per uno scrittore tradizionale può essere disorientante, per me è gratificante». Forse perché Albanese può essere un infallibile megafono per la sua satira? «Di questi tempi - spiega Serra - mi continuano a chiedere cosa ne pensi dello Stato della satira in Italia. Io dico che quella di Albanese è satira politica al cento per cento, che non colpisce un politico in particolare ma un andazzo. In tanti anni, Antonio non ha mai nominato un politico, e li ha fustigati tutti».
Infine, il canto funebre sulla tv: «Ha ragione Albanese. Oggi la tv è il luogo meno libero, ma non alludo alla politica, bensì al linguaggio. I congiuntivi sono stati banditi, tutto ciò che è difficile e ambizioso è stato bandito. La vera censura, feroce, è contro la qualità. Siamo arrivati ai politici, la nostra classe dirigente, che criticano le fiction, che misurano col bilancino lo spazio dato a una o all’altra fazione. In teatro, a differenza che in tv, non risuona ancora l’orrenda frase: la gente non lo capisce. In tv va in scena ogni giorno il furto dell’intelligenza».