L’alfabeto Versace oscura le gambe e accende le donne

Geometrie a colori ispirate alle lettere su calze nere: è la collezione firmata Donatella. Anche Ferrè vira sul blu che riempie di pietre preziose. DSquared a tutto decibel, Trussardi inventa il «JetBag»

Daniela Fedi

da Milano

Si può essere allegre e austere allo stesso tempo? Si deve rispondono all'unisono Donatella Versace e Gianfranco Ferrè con due collezioni molto diverse tra loro anche se ispirate dalla stessa magnifica ossessione: la forza delle donne. Per lei è qualcosa di naturale e istintivo, una storia vissuta personalmente e proprio per questo raccontata con nuove parole. Per lui è un pensiero che in certi casi si fa aulico ma comunque porta al progetto estetico di una superba contemporaneità. Entrambi cambiano radicalmente la tavolozza cromatica dimenticando il nero a favore del blu, colore-simbolo del terzo millennio. Intorno fanno sbocciare tinte nobili e piene: come trasmesse da uno schermo a cristalli liquidi per Donatella mentre Gianfranco s'ispira alle pietre preziose: viola ametista, verde smeraldo, rosso rubino e zaffiro malese. Come leit motiv di collezione uno sceglie i bottoni dorati e un deciso profumo vittoriano quando l'altra punta sulla grafica purezza delle linee esasperata dall'uso di panta-calze o fuseaux che consentono di accorciare le mini fino al massimo consentito dall'eleganza. Niente fantasie da Versace che per cambiare i connotati alla scrittura della seduzione addirittura inventa un nuovo alfabeto di forme: ad A per molti cappotti, ad H per i corti abitini, ad O per un divino carcoat di visone e via così fino alla sublime W dei drappeggi fatti da pieghe piatte montate a canestro. Invece Ferrè crea un disegno stampato che sui meravigliosi pantaloni da sera diventa ricamo con una specie di bestiario nordico (soprattutto teste di lupo) rielaborato graficamente fino a ingannare la vista. Le assonanze si fermano qui perché i due stilisti saggiamente rispettano l'identità dei rispettivi marchi pur avendo lavorato sulla stessa materia viva e vibrante che è la traduzione in moda della potenza femminile. Ecco perché nonostante l'assenza di molte decorazioni tra cui la classica testa di Medusa, le borchie e i cristalli, gli strepitosi modelli Versace erano inconfondibili per il dinamico glamour dato da una serie di dettagli come le nervature tecnicamente dette «piping» in vernice e i ricami fatti da innumerevoli paillettes metalliche nella stessa tinta dei verticali abiti da sera.
Invece le celebri camicie di Ferrè e i suoi magici assemblaggi di fiocchi e volants pieghettati hanno strappato l'applauso perfino alle modelle che per la parte giorno hanno sfilato con moderne riedizioni di certe divise, compresa la giacca da ginnastica dell'imperatrice Sissi. Le potenti bellezze di Donatella hanno marciato in passerella sull'intrigante ritmo dei grandi classici degli anni Ottanta (un brano per tutti? «Billy Jean») rielaborati in chiave moderna. Quelle di Gianfranco hanno invece dovuto sopportare una colonna sonora con i brani più blasfemi di Marilyn Manson, fuori tema e fuori luogo visto il sacrale incanto provocato nel pubblico dallo spettacolo di tanta bravura. Ma a proposito di colonne sonore sgradevoli nessuno può superare la sfilata di DSquared per i decibel sparati oltre la soglia del dolore.
Tramortito da tanto fracasso il pubblico non poteva fare a meno di notare alcuni modelli molto carini come la giacca rossa da caccia alla volpe trasformata in cappotto e i molti, bellissimi jeans. Comunque dai due gemelli Dean e Dan Caten ci si aspetta di più. Tutt'altra atmosfera da Trussardi tanto per la collezione (bellissima specie nella parte giorno) quanto per la sfilata conclusa con l'uscita in passerella delle due sorelle che insieme guidano la maison. «Il punto di partenza e d'arrivo per noi è la leggerezza» hanno detto Gaia e Beatrice poco prima di mandare in passerella montoni lunghi fino ai piedi che pesano 500 grammi, splendidi tubini in nappa da guanto e cashmere vaporizzato, la nuova borsa chiamata «Jet Bag» perfetta per l'aereo. Leggerissimi anche i capi magistrali creati da Massimo Calestrini per Shirò tra cui si ricordano i sorprendenti modelli (un divino cappotto, un giubbottino, l'abito-bustier da sera e tutte le borse) in jersey o chiffon con il coccodrillo tagliato e poi ricostruito scaglia per scaglia fino a sembrare fatti di sola pelle.