L’allarme di Almunia: «Attenti all’euro forte»

Negli Stati Uniti frena ancora il mercato immobiliare. Oggi si riunisce la Fed: attesa per tassi invariati al 5,25%

Rodolfo Parietti

da Milano

Jean-Claude Trichet, presidente della Bce, ha individuato nell’inflazione il peggior nemico per la stabilità di Eurolandia. Il commissario Ue Joaquin Almunia, invece, la pensa diversamente: «Il rischio maggiore - ha detto in un’intervista al giornale spagnolo Expansion - è rappresentato dalle eventuali conseguenze della minor crescita economica negli Stati Uniti in relazione al tasso di cambio dell’euro». Nella sostanza, un minore sviluppo per la zona euro indotto da un lato dal calo della domanda Usa conseguente alla decelerazione del ciclo economico; e dall’altro dalle maggiori difficoltà a esportare a causa dell’indebolimento del dollaro e del contestuale rafforzamento della moneta unica.
L’allarme di Almunia non va sottovalutato. Perché i pericoli di ritrovarsi a fare i conti con un euro ipertrofico sono reali. Per più di un motivo. Ad esempio, il segretario al Tesoro Usa, Henry Paulson, non ha mai fatto mistero di puntare su un raffreddamento pilotato del biglietto verde allo scopo di riequilibrare il forte passivo della bilancia commerciale, soprattutto nei confronti della Cina. Inoltre, il rallentamento del ritmo di sviluppo statunitense - proprio come rilevato dal commissario europeo - è un naturale fattore di freno per il dollaro. Lo si è visto anche ieri, quando l’euro ha scavalcato la barriera degli 1,27 dollari non appena sono stati resi noti alcuni dati ancora una volta deludenti sul mattone, con le costruzioni di nuove case scese del 6% in agosto e con i permessi edilizi - barometro dell’attività futura - passati da 1,763 milioni a 1,722 milioni.
Le difficoltà attraversate dal mercato immobiliare, comparto dalle implicazioni economiche assai delicate vista l’abitudine americana di rifinanziarie i mutui per ottenere forme aggiuntive di liquidità in presenza di prezzi in ascesa, costituiscono con buona probabilità l’elemento che ha indotto, lo scorso 8 agosto, la Federal reserve a interrompere la catena di rialzi dei tassi d’interesse, 17 in tutto dal giugno 2004. Anche se all’interno della banca guidata da Ben Bernanke resta aperto il dibattito sull’opportunità o meno di mantenere «congelate» le decisioni di politica monetaria, è opinione comune tra gli analisti che nella riunione di oggi la Fed lascerà invariato al 5,25% il costo del denaro. L’inflazione, del resto, appare più tranquilla: i prezzi alla produzione sono cresciuti in agosto appena dello 0,1%, con l’indice core (al netto di alimentari ed energia) sceso addirittura dello 0,4%.
Se, come sembra, i tassi Usa resteranno inchiodati al livello attuale, quelli europei sono destinati a salire. E potrebbero, come ha rivelato lunedì una fonte della Bce, toccare il 4% (ora sono al 3%) nel 2007 accorciando così lo spread con i Fed Funds. Insomma: altra benzina per l’euro.