L’allarme dei costruttori: «Prodi ferma le grandi opere»

Claudio De Albertis, presidente dell’Associazione di categoria, critica il Professore: «Non si può tornare indietro sui progetti già decisi»

Gian Battista Bozzo

da Roma

«Tre righe in tutto...». Davvero poco per un settore trainante dell’economia e che fa crescere l’occupazione. Tre righe ha dedicato, in tutto, Romano Prodi alle grandi opere infrastrutturali nel suo discorso programmatico a Palazzo Madama. Tre righe che sono andate di traverso a Claudio De Albertis, il presidente dell’Associazione dei costruttori edili (Ance). Il rischio, sottolinea, è che si vogliano fermare progetti già deliberati, su cui si è lavorato per anni; e non soltanto il ponte sullo Stretto, ma altre infrastrutture di cui l’Italia ha impellente necessità. «Sulle decisioni già prese - avverte De Albertis - non si può tornare indietro».
Come vedete, voi imprese costruttrici, quanto sta avvenendo in questi giorni sul fronte delle Grandi opere? Avete l’impressione che il nuovo governo abbia pigiato sul pedale del freno?
«Ci siamo molto preoccupati dopo aver ascoltato il discorso programmatico del presidente Prodi al Senato. Alle infrastrutture sono state dedicate tre righe in tutto. Davvero poco. Noi invece pensiamo che la ripresa della competitività in Italia si debba basare sulle infrastrutture, e ci saremmo aspettati dal presidente del Consiglio dichiarazioni impegnative sull’intenzione di investire in questo settore. Negli ultimi tre anni si è spesa più o meno la stessa cifra, anche grazie a Giulio Tremonti che ha utilizzato i residui passivi di bilancio. Ma adesso c’è bisogno di nuovi stanziamenti in bilancio, anche perché gli effetti di tali stanziamenti si vedono nel giro di quattro-cinque anni. Il primo problema, a questo punto, è di trovare le risorse da stanziare per le grandi opere. Senza nuove infrastrutture il divario con l’Europa si allarga, e parlare di recupero di competitività ha poco senso».
Se la coperta dei finanziamenti è corta, e in Italia lo è, bisogna fare delle scelte. Il ponte sullo Stretto è una priorità irrinunciabile, oppure no?
«Sul ponte voglio dire questo: sulle decisioni già prese non si deve, non si può tornare indietro. Un settore economico così importante come quello delle costruzioni non può restare nelle mani della politica (si fa, poi non si fa...). Una volta deciso che un’opera si fa, bisogna andare avanti. Ma ci sono anche altri motivi per proseguire. Tutti sanno che al momento in cui venne lanciata, noi dell’Ance non fummo così affascinati dall’idea del ponte sullo Stretto di Messina. Tuttavia ne riconosciamo il valore emblematico. Il ponte rappresenta la punta di diamante dell’ingegneria e delle costruzioni italiane, che hanno perso molto spazio all’estero proprio perché fanno poco in Italia».
È anche una questione di immagine dell’Italia nel mondo.
«Il ponte è un emblema intorno al quale far crescere un sistema. Un’opera grazie alla quale i costruttori italiani dicono al mondo: siamo capaci di portare a compimento opere difficilissime come questa. Perché il ponte è davvero una grande sfida d’ingegneria».
In ballo non c’è soltanto il ponte sullo Stretto. Ci sono le strade e le autostrade, c’è l’alta velocità ferroviaria. A suo avviso, quali sono le opere irrinunciabili?
«Il corridoio autostradale tirrenico va assolutamente completato. Manca davvero poco, e bloccarlo sarebbe inaccettabile. Poi bisogna risolvere le strozzature della tangenziale di Venezia, le Pedemontane veneta e lombarda, ed è necessario concludere finalmente la Salerno-Reggio Calabria. Quanto alla Tav, la progettazione è in stadio talmente avanzato che un blocco sarebbe incomprensibile. Ci sono poi le infrastrutture di cui le nostre città hanno estrema urgenza. Mi piacerebbe che venisse approvata quella sorta di “legge obiettivo” per le città che l’Ance ha proposto da tempo».
Insomma, le opere sono strategiche per il rilancio dell’economia.
«Vorrei ricordare a tutti che le costruzioni valgono il 20% del prodotto interno lordo, considerando l’indotto. In un momento in cui il manifatturiero va come va, il nostro settore è quello che tira, e che produce occupazione (85mila nuovi posti di lavoro nel 2005): bisogna crederci, e non penalizzarlo, ad esempio, con una fiscalità immobiliare più pesante».