L’allarme dei servizi segreti «I soldati italiani rischiano»

La relazione sulla sicurezza avvisa il Parlamento: «Il nostro Paese è un obiettivo jihadista. Nell’ultimo semestre le minacce sono state 130. Nel mirino il Papa, le missioni militari e i civili nelle aree di crisi»

Roma - I nostri militari all’estero sono ad alto rischio attentati. Lo scrivono i servizi nella relazione semestrale consegnata ieri al Parlamento. Un dossier da cui emerge come, nonostante il ritiro dell’Irak, l’Italia rimanga un possibile obbiettivo dei terroristi all’estero. Ma questo non significa che non ci sia il pericolo di un attacco sul suolo italiano: l’Italia, si legge nell’informativa, è «da tempo inclusa nel novero dei potenziali obbiettivi dell’offensiva jihadista».
Preoccupano il Sismi anche le minacce al Papa: la relazione si riferisce alla «recente ondata di minacce indirizzate, in occasione tanto del discorso di Ratisbona come della visita papale in Turchia, contro il Santo Padre e il Vaticano».
Per quanto riguarda l’eversione interna, la relazione dei servizi mette in guardia sulla «sopravvivenza di un aerea brigatista che tenta di riorganizzarsi dopo lo smantellamento inflittole negli anni passati». Ma al momento le formazioni estremiste risultano «frammentate» tanto «a sinistra come a destra».
Il Sismi evidenzia in ogni caso come le principali minacce per l’Italia in questo momento arrivino dal terrorismo islamico. È considerata dai nostri servizi «di prima grandezza» la «possibilità di attacchi al personale delle nostre missioni militari all’estero, o comunque a cittadini italiani operanti nelle aree di crisi». I rischi maggiori «permangono in Afghanistan e Libano», scrive il Sismi nella relazione al Parlamento.
Ma anche in Italia, si sottolinea. Perché «l’assenza di attentati sul suolo italiano non può far sottovalutare la persistenza e l’acutezza di un sentimento e di intenzioni inequivocabilmente ostili», si legge nella relazione.
I servizi considerano in sostanza come rischi «potenzialmente letali a breve termine» possibili attacchi ai nostri militari o a civili che operano in aree di crisi, e come «potenzialmente letali ma notevolmente più limitati» i rischi provenienti dal cosiddetto «terrorismo interno» o da gruppi radicali e ultras del calcio.
Gli analisti del Cesis scrivono che in Afghanistan c’è stata finora intorno alle nostre truppe «una relativa calma nei settori di dispiegamento intorno a Herat e a Kabul». Ma l’offensiva della Nato al Sud rischia di «dislocare gli insorgenti in altre aree, inclusa la citata provincia di Herat».
Il terrorismo jihadista viene considerato «terza minaccia di prima grandezza» per l’Italia, un «pericolo perennemente incombente». Sono arrivate del resto in passato «circostanziate minacce provenienti dal vertice di Al Qaida e dal resto della galassia Jihaddista».
Il rischio è che piccole cellule locali si riuniscano intorno a una figura, che può essere un veterano della guerra in Irak, e colpire. Tra gli obbiettivi, si citano i trasporti pubblici. I trasporti, aereo, marittimo e terrestre, sono costantemente monitorati dall’intelligence, senza trascurare il settore Nbcr (nucleare, biologico, chimico e radiologico) come possibile canale di attacco o sabotaggio.
I luoghi di reclutamento del radicalismo, però, sembrano essere sempre di meno i siti di culto, come le moschee. Queste starebbero infatti assumendo un orientamento sempre più moderato, anche se i luoghi di culto islamici sono raddoppiati negli ultimi 7 anni, raggiungendo quota 696.
I contatti pericolosi tra cellule estremiste potrebbero avvenire invece nelle carceri nelle «aree grigie» di contatto tra radicalismo e criminalità.
L’intelligence sta lavorando soprattutto per stroncare i possibili canali di finanziamento di cellule estremiste, che possono passare attraverso i settori più insospettabili: il Sisde sta «monitorando» il campo delle organizzazioni no-profit islamiche di carattere socio-assistenziale, per scongiurare iniziative clandestine di supporto alla jihad.
Nella seconda metà del 2006, i «soggetti» sotto osservazione nell’ambito di inchieste d’intelligence sul terrorismo sono stati 211, tra questi 113 mediorientali e 33 nordafricani. In questo periodo sono state 130 le minacce contro interessi italiani: 115, di cui 25 che riguardavano obbiettivi in città italiane, di matrice jihadista e 15 legate a gruppi eversivi nazionali. Viene segnalata la presenza di radicali maghrebini soprattutto in Lombardia, Piemonte e Campania.
Di fronte alla minacce, in particolare del terrorismo internazionale «occorre - ha avvertito il presidente del comitato parlamentare di controllo sui servizi, Claudio Scajola - che il Paese rimanga unito: dobbiamo evitare in tutti i modi che eventuali divisioni interne possano pregiudicare la sicurezza dei soldati italiani impegnati in missioni di pace nelle aree di crisi».