L’allarme dell’Unicef: 400mila bambini rimasti senza casa

Gaia Cesare

L’odissea ora viaggia sulle quattro ruote di un pullman. Di centinaia di pullman. Oltre cinquecento. Pieni. Stracolmi. In un viaggio della speranza che si infrange persino davanti alle porte dell’AstroDome di Houston, Texas. Anche qui, a 560 chilometri da New Orleans, dove oltre undicimila persone hanno trovato rifugio, le porte da ieri sono chiuse. «Filled up»: saturo, stracolmo anche lo stadio di baseball texano che ha fatto da rifugio ai reduci dell’impietosa Katrina.
«Abbiamo raggiunto le capacità di sicurezza e comfort», ha spiegato Dana Allen, portavoce della Croce rossa, riferendo diplomaticamente che le persone all’interno dell’edificio stanno «piuttosto strette». E allora il viaggio riparte e l’odissea ricomincia. Destinazione Huntsville, un’ora di strada più a nord. E poi altre località del Texas, San Antonio, Dallas, ognuna delle quali potrebbe dare un tetto a circa 25mila disperati, mentre a Houston anche un centro congressi e un centro espositivo si riempiono di letti per tentare di affrontare l’emergenza sovraffollamento.
Perché ora, per questa marea umana sopravvissuta alla furia di Katrina, dopo che l’uragano ha inghiottito un’intera città e ha lasciato migliaia di persone senza più nulla, l’obiettivo è trovare un tetto anche lontano dai rifugi di prima accoglienza allestiti a New Orleans. L’Unicef calcola che siano fra i 300 e i 400mila i bambini senza più una casa su un totale di un milione e duecentomila persone. «Rappresentano fra un terzo e un quarto della popolazione colpita», ha riferito il portavoce dell’organizzazione, Damien Perzonnaz. Per loro l’incubo potrebbe finire fra settimane, forse mesi. E non si risolverà solo trovando loro un rifugio. Per quelle migliaia di piccoli, ancora più che per gli adulti coinvolti nel disastro, lo choc psicologico potrebbe trascinarsi ancora a lungo. È l’allarme lanciato dall’agenzia Onu per l’infanzia, che ha offerto il sostegno psicologico dei propri esperti a tutte quelle giovanissime anime in pena che da un giorno all’altro sono state costrette a dire addio alla propria città, alle proprie abitazioni, alla scuola e a ogni minuscolo dettaglio di vita quotidiana trascinato via dalle onde dell’uragano.
Di un piccolo di New Orleans non si conosce il nome, ma la sua storia ha già fatto il giro del mondo. Imbarcato su uno degli autobus che dalla città si stanno dirigendo nei centri di accoglienza, il bimbo è stato costretto a lasciare nella «località fantasma» il suo fedele amico a quattro zampe. Mentre lo accompagnavano su uno dei pullman partiti alla volta di Houston, lui ha continuato a urlare il nome del suo cane. Perché a «Palla di neve», come a tutti gli altri animali, i mezzi di trasporto sono vietati e per loro non è previsto alcun rifugio. Chissà se il ragazzino supererà lo choc: testimoni raccontano di averlo visto piangere, urlare e vomitare. In preda alle convulsioni, con l’aiuto dei soccorritori, è stato caricato sul bus della speranza.
Ora per lui e per gli altri c’è un’altra emergenza da affrontare: i 23mila rifugiati radunati al Superdome di New Orleans, circa la metà dei quali ora dirottati altrove, hanno ricevuto quantità minime di cibo, mentre la folla radunata davanti al Convention Center non ha ancora avuto nulla e le proteste, oltre che per il ritardo dei soccorsi, si levano disperate anche per la lentezza negli approvvigionamenti di prima necessità. Ma c’è chi, lontano dal centro del disastro, rischia di vederli arrivare ancora più tardi, come conferma l’Unicef: «Ancora una volta sono le popolazioni più povere e più vulnerabili a soffrire».
«Moriremo di fame se non si ferma qualcuno», ha raccontato disperata ai giornalisti una donna di Bond, una delle località dimenticate. Lei come gli altri abitanti delle città minori, vede passare decine di mezzi della protezione civile, della Croce rossa e della Guardia nazionale, senza che nessuno di essi si fermi nell’entroterra. Anche nella tragedia c’è da stabilire una cinica lista di priorità e alcuni borghi del Mississippi come Thomasville, Maxie e Star sembrano dimenticati. Qui come in altre piccole località in cui la popolazione è per lo più povera e a maggioranza nera, mancano cibo, acqua, elettricità e benzina. E l’attesa si fa più dura quando si aspetta in modeste case di legno o in roulotte di fortuna.
Intanto, mentre migliaia di persone si muovono sui bus della speranza, c’è chi assisterà al triste rito della partenza dall’aeroporto di New Orleans. E non per prendere un volo che li porti via dal luogo della catastrofe, ma per ricevere cure. Lo scalo è stato trasformato in un enorme ospedale da campo, dove di ora in ora vengono trasportati i feriti bisognosi di cure immediate.