L’allarme del prefetto di Milano: «Polizia e giudici non bastano più»

Ferrante: «Risolviamo il problema dei centri per immigrati, ma i colpevoli siano adeguatamente puniti»

Gianandrea Zagato

da Milano

Per qualcuno può essere filosofeggiare. Per Bruno Ferrante è, invece, qualcosa di più: per il prefetto di Milano è «l’unico tragitto percorribile». Quello che, dopo la «risposta giudiziaria» seguita «da parte della magistratura con pene adeguate» apre la strada «al contrasto dell’immigrazione irregolare con interventi incisivi». Unica strategia possibile e applicabile, anche dopo quei dieci minuti da incubo vissuti da una coppia a due passi da un campo nomadi.
Seicento secondi di un’azione ignobile e di inaudita violenza che per Ferrante non possono avere come replica solo quella firmata dalla polizia e dalla magistratura, «i colpevoli vanno adeguatamente puniti anche per insegnare loro a vivere in una società civile». Adesso «è tempo di dare una soluzione e una risposta sul fronte dell’immigrazione clandestina. Altrimenti? Continuiamo a far vivere queste persone nel degrado ambientale e sociale che è poi l’humus dal quale provengono episodi di questo tipo». Come dire: «Puniti adeguatamente» i responsabili «bisogna affrontare il tema della gestione dei campi irregolari dove queste persone si rifugiano». Baraccopoli abusive che, dati del Comune alla mano, a Milano sono centosessanta contro otto-campi-otto autorizzati. Favelas dell’emergenza che tradotte in numeri fanno, censimento sempre di Palazzo Marino, più o meno quattromila e rotti nomadi, di cui duemilaseicento clandestini ossia ventidue rom per chilometro quadrato. Numeri da brivido, a nemmeno dieci minuti di tram da piazza Duomo: accampamenti che si gonfiano ai confini della città, dove gli abitanti delle zone dimostrano, dice ancora Ferrante, «pazienza e grande spirito di tolleranza nel convivere con una situazione critica».
Criticità che non si può, evidentemente, limitarsi a fotografare, «il Comune di Milano non può essere l’unico a farsi carico dell’emergenza». E se il prefetto chiama in campo la Provincia di Milano, il sindaco Gabriele Albertini già mette le mani avanti: «Speriamo che la Provincia guidata dal diessino Filippo Penati faccia qualcosa nei prossimi anni». Virgolettato di chi spera ma non dà o non ha garanzia di intervento della Provincia sui centottantanove comuni dell’hinterland milanese nonostante l’allarme sicurezza lanciato dal Prefetto. Che il Comune di Milano bissa «reclamando lo svuotamento dei fortini degli irregolari», chiosa l’assessore alla Sicurezza, Guido Manca, come «risposta alla richiesta di ripristino di legalità dei milanesi». Condizione obbligata per trasformare Milano «in città off limits per chi sta fuori dalle regole del vivere civile».
Unica possibilità per non far «collassare Milano»: «Su un territorio di centottantadue chilometri quadri - un sesto di Roma - ospita una concentrazione umana inconciliabile non solo in termini di accoglienza ma pure di gestione e di sorveglianza». Fermo immagine, osserva Albertini, su un’amministrazione del centrodestra che «con la sensibilità che ci viene scarsamente riconosciuta anche nei riguardi di queste categorie sociali ha aperto otto campi nomadi sorvegliati per come possiamo e cioè poco». Sollecitazione al fare, al passare all’azione perché, come ripete sempre più spesso il prefetto, «le favelas sono intollerabili per una società civile, la situazione di degrado umano e ambientale va affrontata prima che esploda». Ma, senza aggettivi, si è andati oltre e lasciando inalterata l’idea di fondo dell’accoglienza e dell’integrazione, bisogna sostenere un futuro fatto di «controlli ferrei e di regole»: unica possibilità per restituire un pezzo di città ai milanesi, fa sapere il vicesindaco Riccardo De Corato. Anche perché «l’integrazione» passa attraverso «quelle regole», quel diritto-dovere che Milano chiede e offre a chi vive sul proprio territorio. E che significa pure «aprire un nuovo centro di permanenza temporanea», un secondo cpt all’ombra della Madonnina «su un’area demaniale», preannuncia il numero due di Palazzo Marino, «perché è il solo, unico strumento per garantire le espulsione di irregolari».

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