L’allarme per tutte le stagioni: è un golpe

Stefano Filippi

«Attentato», urlacchiava Beppe Braida a Zelig per burlarsi di Emilio Fede. Aveva copiato il ritornello dai leader del centrosinistra, che lo ripetono da anni contro Silvio Berlusconi. Se il premier apre bocca, prepara un golpe. Tutte le volte che vara una riforma, minaccia la democrazia. Quando propone qualche nomina, attua un colpo di mano. Ogni voto di fiducia è un putsch. Nelle sue apparizioni tv lancia messaggi insurrezionali. Più che della Bulgaria di vent’anni fa, l’Italia è peggio del Cile di Pinochet. L’ultimo grido di dolore è uscito ieri dal petto di Massimo D’Alema, il presidente-skipper dei Ds: «Sono preoccupato per la democrazia di questo Paese - ha detto sulle inchieste Unipol e Popolare di Lodi -. Ci sono le elezioni e vorrei che si potesse discutere di problemi del Paese e non di illazioni, ipotesi su politici sui quali si indagherebbe».
La democrazia in pericolo: un motivetto facile, un abito prêt-à-porter buono per tutte le stagioni e le occasioni. Walter Veltroni lo usò 16 anni fa durante la «guerra di Segrate» tra Berlusconi e De Benedetti. «L’omologazione di giornali come Panorama, Espresso o Repubblica alla cultura berlusconiana, al rampantismo conformista venato di arroganza e prepotenza - ammonì l’allora responsabile del settore informazione del Pci - fa temere che il Paese possa perdere un pezzo di libertà». Tre anni dopo, in piena Tangentopoli fu Achille Occhetto a dipingere scenari sudamericani. Il 5 ottobre, sull’aereo che lo portava a Lisbona, per l’Internazionale socialista parlò con alcuni cronisti: «A questo punto se mi arriva un avviso di garanzia dico davvero che siamo davanti a un colpo di Stato. Di fronte a una cosa del genere sono convinto che i nostri scenderebbero nelle piazze», si legge l’indomani sui quotidiani. Occhetto smentì infuriato: «Inaccettabile provocazione». Ma i giornalisti confermarono tutto.
La democrazia non crollò. E resisté anche quando Berlusconi vinse le elezioni nel 1994: lo spettro del putsch veniva agitato ogni momento con coloriture sempre diverse. Il verde Carlo Ripa di Meana vedeva un «golpe televisivo» durante la campagna elettorale per le Europee; Rosy Bindi, Ppi, un «golpe di regime» in commissione di vigilanza Rai; Liberazione, quotidiano del Prc, un «golpe sulla giustizia» per il decreto sulla custodia cautelare e il segreto istruttorio; per Fabio Mussi, Pds, l’idea di un condono edilizio era un «golpe ambientale» mentre per il suo collega Beppe Giulietti se la Rai non avesse trasmesso la diretta integrale del dibattito parlamentare sulla sfiducia a Berlusconi avrebbe messo in atto un «golpe comunicativo».
Il copione è andato nuovamente in scena dopo la seconda vittoria elettorale del centrodestra, nel maggio 2001. Ogni azione del governo preparava un colpo di Stato. La riforma della giustizia: «Gli unici golpe che vedo sono quelli del governo nei confronti dei magistrati» (Piero Fassino, Ds, 13 gennaio 2002). La legge Gasparri: «Dopo il golpe giudiziario non poteva non esserci il golpe televisivo» (Michele Lauria, Margherita, 7 settembre 2002). La crisi Fiat: «È stato sventato un vero e proprio golpe di Berlusconi e di Mediobanca» (Gianni Vernetti, Margherita, 13 dicembre 2002). La libertà d’informazione: «Si parte da regolari elezioni, poi una spallata dopo l’altra... C’è un golpe strisciante, che va al rallentatore» (Marco Travaglio, corsivista dell’Unità, 12 maggio 2003).
Legge finanziaria: «Uso del decreto, inemendabilità del testo, inevitabile ricorso alla fiducia: siamo di fronte a un golpe del governo» (Gigi Malabarba, Prc, 23 ottobre 2003). Par condicio ed election day: «Le proposte del centrodestra sono veri e propri golpe elettorali» (Paolo Cento, Verdi, 6 gennaio 2004). Decreto «salvareti»: «Siamo indignati per la fiducia posta dal governo, è un golpe bianco» (Fausto Bertinotti, Prc, 18 febbraio 2004). Dimissioni di Lucia Annunziata dal Cda Rai: «Nuovo golpe di Berlusconi contro il pluralismo radiotelevisivo» (ancora Bertinotti, 4 maggio 2004). Legge Cirami, Cirielli, devolution, riforma del voto: valanghe di parole da Roma a Parigi, dove Le Monde l’11 ottobre scorso ha titolato «Berlusconi golpista elettorale». Fino al D’Alema di ieri, «preoccupato per la democrazia». E un cicinino anche per la sua barca in leasing.