L’allegra parata dei luoghi comuni

Ci vuole coraggio per scrivere un Dizionario del buon senso. Il buon senso non gode di buona fama negli ambienti letterari che contano, viene assimilato alla mediocrità, all’ovvio, al banale, perfino al volgare. Gli è toccata la stessa sorte del «perbenismo» e della «maggioranza silenziosa», insomma di tutti quegli atteggiamenti e stati d’animo che sono condivisi da milioni di brave persone, ma che suscitano nei fustigatori dei costumi ire funeste. Il buon senso vorrebbe che si preferisse avere a fianco un Garrone, su un vagone della metropolitana in piena notte, piuttosto che un Franti. Ma Umberto Eco ha sentenziato, con il suo talento, che Garrone è odioso, e un coro di gente colta ha assentito, viva Franti.
Stefano Lorenzetto è d’altra pasta: e nelle voci di questo suo Dizionario, edito da Marsilio, passa al microscopio «il Paese irreale dalla A alla Z», ossia da «adottare» a «Zurlì». Ogni lettera di questo itinerario, apparentemente svagato e in verità molto oculato, offre divertimento, informazioni, sorprese. Tante volte ciascuno di noi si è soffermato su aspetti grotteschi della quotidianità italiana, ma senza andare oltre. Lorenzetto va oltre. Gli applausi ai funerali (una moda risalente secondo lui al 1973)? «È una moda che s’iscrive perfettamente nella preoccupazione di non alludere mai al cordoglio. Infatti se scatta il battimano, significa che ci troviamo ancora nei paraggi del varietà. Carràmba, che sorpresa!».
I personaggi finiti, per un qualsivoglia motivo, sotto i riflettori della notorietà, non sfuggono alle attenzioni di Lorenzetto: che quasi mai è iracondo, anzi ha molta comprensione per le miserie umane, ma insomma la pazienza ha un limite e lui non fa sconti. Il Dalai Lama viene in Italia, e il puntiglioso autore del Dizionario gli addebita incontri con D’Alema, Veltroni, Cofferati, D’Antoni, Larizza, Fini, Tremaglia, Roby Baggio. Inoltre una cena a Milano con Marco Tronchetti Provera e Ignazio La Russa e una esibizione al Palalido seguita da «Sergio Cusani, Jovanotti, Ornella Vanoni, Carla Fracci e altri cinquemila». Troppo per un asceta. Troppo per chiunque.
Cambiamo totalmente settore. Il giudice Gennaro Francione del Tribunale di Roma ha prosciolto quattro extracomunitari che vendevano cd falsi, riconoscendo loro l’esimente dello stato di necessità. Lorenzetto ha voluto saperne di più sulla personalità di questo magistrato che si definisce «poliedrico artista ed eclettico operatore culturale», che è pittore patafisico, che ha dato alle stampe saggi come Domineddracula e De merda, il secondo dedicato alla «fecacultura del poeta anarchico Raul Karelia». Vorrei trascrivere tutte le note biografiche sul dottor Francione - un capolavoro - ma ruberei troppo spazio alla recensione, e troppo pepe alla vostra lettura. Sappiate che Lorenzetto voleva intervistare l’insigne pensatore del De merda, ma gli vennero imposte tali e tante condizioni - Solzenicyn non se le sarebbe neppure sognate - che rinunciò.
Mi sono soffermato - procedo anch’io, nelle citazioni, per ordine alfabetico - su «Futuro». Ossia sulla fosca previsione di 19 ricercatori - segnalata da Repubblica - che è riassunta in questo titolo: «Animali e piante senza futuro, un quarto estinto tra 50 anni». Lorenzetto sottolinea la futilità di queste anticipazioni. Aggiungo, a conferma del suo saggio scetticismo, la storiella dello scienziato londinese che sul finire dell’Ottocento aveva stabilito - calcolando l’incremento delle carrozze e dei carri a cavalli, e delle deiezioni lasciate dagli animali - che nel 1920 la città sarebbe stata ricoperta dallo sterco. Al suo meticoloso studio mancava una piccola incognita, l’automobile.
Proseguiamo. Infastidito, chi non lo è, dal proliferare delle lauree honoris causa - una tra l’altro a Vasco Rossi, e non parliamo delle lezioni universitarie di canzonettisti e conduttori tv - Lorenzetto ricorda che dei sei Nobel italiani per la letteratura solo due, Carducci e Pirandello, avevano la laurea, e che senza laurea erano nomi famosi della cultura. Non l’avevano né Montale, né D’Annunzio, né Verga, né Benedetto Croce.
Spulciatore instancabile di quotidiani, Lorenzetto ha puntato l’occhio sulle offerte di lavoro. Cercansi: key account manager, buyer, controller, system engineer, broker, seasonal cabin attendant, etc. Su The Times? No, sul Corriere della Sera. Eppure gli equivalenti italiani esistevano.
Una riflessione amara ma verissima: i matrimoni di oggi durano meno del fidanzamenti. Ci sono morosi che si frequentano anche per dieci, quindici anni, prima di sposarsi. Poi si sposano «e in capo a 36 mesi sono già separati». Poche righe per enunciare una situazione che i sociologi professionisti avvolgono in tonnellate di chiacchiere inutili. Allo stesso modo sembrano a Lorenzetto chiacchiere inutili - e anche a me - quelle con cui certi ambientalisti negano che il loro no al nucleare ha pregiudicato l’autonomia energetica e lo sviluppo dell’Italia (vedi poche ma sentite righe dedicate all’onorevole Ermete Realacci). E poi un grazie a Lorenzetto per avere ricordato Cesare Marchi, scrittore, divulgatore di gastronomia, piacevolissimo commensale: anche un po’ goloso tanto che lo chiamavamo «la volpe del dessert».
Chiudo con due rapide citazioni. La prima riguarda un appunto di Lorenzetto, moralista amabile, a Michele Serra, moralista arcigno. Serra s’era scagliato contro la «colonizzazione pubblicitaria» della Rai e lo Stefano implacabile gli rinfaccia d’essere stato protagonista, collaboratore, ospite o giullare in 33 trasmissioni corredate da pubblicità invadente.
A suggello, questo godibilissimo abbecedario ha un’invocazione: «Aiuto! Salvateci dai tavoli che si aprono!». Per qualsiasi problema si vuole aprire un tavolo. Lo si farà, vedrete, anche per il ponte sullo Stretto e per la Tav. Basta. Lorenzetto aiutaci tu.