L’Alpe d’Huez spaventa, ma l’antidoping di più

Oggi il tappone per scalatori che potrebbe sconvolgere la classifica prima della cronometro di sabato. Ma c'è paura per i test a sorpresa

Jausiers - Quello del Tour è un giallo particolare: sta sfondando direttamente nel thrilling. Fiato sospeso e cuore in gola. Tutti in attesa della scene più truculente, prossimamente su questi schermi. I personaggi si muovono con fare circospetto, navigando nella tensione e nell'ansia. Stanno spalle al muro, temono qualsiasi rumore sospetto. Mette ansia la corsa, mette ansia il dopocorsa...

Tanto per cominciare, la corsa. C'è una gran paura per la tappa di oggi, la signora di tutte le tappe, arrivo all'Alpe d'Huez. Questa cima, per i francesi, è come una mecca laica, o come un pantheon nazionale. Stessa solennità, stessa venerazione. Chi vince lì entra direttamente nelle vetrine del mito. O quanto meno salva la carriera. Questo succede sempre. Oggi, a tensione si aggiunge tensione: è l'ultima tappa buona per sistemare un po' di cose, prima della megacronometro di sabato. Senza tirarla troppo per le lunghe: i primi cinque della classifica, riuniti in poco più di un minuto, devono fare veloci calcoli e agire di conseguenza. La logica dice che in quattro devono cercare di far fuori il canguro Evans, già a soli 8” dalla maglia gialla, ma pure il più forte a cronometro. Se non lo distanziano oggi, sabato sarà lui a distanziare loro. Tocca dunque a Schleck senior, attuale leader, e soprattutto al russo Menchov, il quale però si prepara al duello fatale perdendo 25” nella discesa che porta a Jausiers (premio impiastro).

Proprio in questa tappa, che catapulta il Tour sul valico più alto d'Europa (la Bonnette, quota 2802 m.), l'Italia riesce persino a riaccendere un barlume di speranza, vedendo Cunego in fuga dalla lunga distanza, in affollata compagnia. Purtroppo, il barlume si spegne lentamente, lasciando posto anche in questo caso all'ansia e alla paura. Damiano affronta la Bonnette con una decina di minuti sui migliori, ma strada facendo li perde tutti, facendosi raggiungere in vetta, con l'aggravante però di farsi pure staccare dai compagni di fuga, che poi alla fine si giocano la tappa (doppietta francese Dessel-Casar, una nazione in festa). Che dire? Non c'è molto da aggiungere: Cunego è valoroso, Cunego non si rassegna, ma Cunego conferma d'essere troppo distante dai migliori. Ormai non c'è altro da attendere: si può già dire che la missione Tour, al centro del suo 2008, è a pieno titolo un fallimento. Perfettamente in linea, tra l'altro, con quello dell'intera delegazione italiana: dopo la bella figura internazionale della simpatica coppia Piepoli-Riccò, abbiamo Cunego 12° e Nibali 15° (i due si scambiano la posizione di classifica, ma il risultato non cambia). Per usare un eufemismo: disastro. Volevamo sventolare il tricolore sui Campi Elisi, conviene innalzarlo subito cancellando il verde e il rosso.

Certo tira tutta un'altra aria in Lussemburgo, che si scopre nuova superpotenza mondiale della bicicletta. Avranno quattro abitanti, due stanno sconvolgendo le storie di Francia. E sono pure fratelli. Frank è senior, Andy è junior. Senior è maglia gialla, Andy è maglia bianca dei giovani e soprattutto si spolmona per servirlo come un principe. L'impressione - personalissima - è che il purosangue di casa sia il piccolino, ma come tutti i purosangue deve obbedire agli ordini di scuderia. I due fanno parte di una squadra, la Csc, che a sua volta mette paura: vanno tutti fortissimo, fanno i padroni come pare e piace a loro. In questo campionato mondiale di «dubbismo» che è ormai il Tour, si sono ovviamente già tirati addosso un sacco di attenzioni (controlli e dicerie). Nessuno può dimenticare che l'ideologo del gruppo è pur sempre Bjarne Riis, famoso mentore di Ivan Basso all'epoca Operacion Puerto, lo stesso che poi confessò platealmente di aver vinto il Tour del '96 grazie all'Epo. Lui adesso si presenta pentito e redento, ma davanti a simile dimostrazione di forza qualche dubbio viene a tutti.

È inevitabile: qui siamo esattamente nella centrale atomica dei dubbi. Qui tutti dubitano di tutti. Per questo, senza esagerare, bisogna parlare apertamente di thrilling. Di brividi freddi. Molto più intensi, molti più ossessivi dei brividi che mette la grande sfida sull'Alpe d'Huez. Si aspettano nuove novità, e nuovi impallinati, dagli esami antidoping delle tappe più recenti. Il ragionamento si basa sulla logica: se Riccò e Piepoli sono scivolati sulla famosa Cera, nipotina della gloriosa Epo, convinti d'essere al riparo dai moderni test, vuoi che altri non siano venuti al Tour facendo gli stessi calcoli e portandosi dietro lo stesso ottimismo da impuniti?

Che storia. Non c’è un attimo di pace, nessuno può rilassarsi: il thrilling sta inchiodando tutti quanti alle poltrone, in attesa che scorra altro sangue. È più avvicente il risultato dei laboratori che quello della gara. Come genere, allucinante.