«L’alpinismo italiano ha bisogno di una scossa»

Da Polenza: «Alla gente la montagna piace sempre di più, ma serve maggior creatività»

Lorenzo Scandroglio

Sono anni buoni questi per la montagna. Il suo turismo, con i dovuti distinguo per le stagioni climaticamente inclementi, sta vivendo un ritorno insperato. Le mete esotiche attraggono meno e un sempre maggiore numero di escursionisti scarpinano sui sentieri o si danno allo sci alpinismo. Gli editori pubblicano più titoli e l’alpinismo fa parlare di sé. Il 2004, per quest’ultima “disciplina”, con il 50° della prima salita italiana al K2, è stato un anno eccezionale sul piano mediatico. Era dagli anni ’80 di Messner che non si parlava così tanto di montagna per le imprese coronate da successo, invece che per le tragedie (che non hanno mai smesso di fare notizia). Certo, non c’è più un personaggio con il suo carisma, capace di bucare lo schermo e farsi conoscere anche dai marinai di Gallipoli. Ma che dopo la bonaccia degli anni ’90 il vento stia girando questo è un fatto. E poi, elemento su cui riflettere, Cai e Touring Club (senza metterci gli innumerevoli cartelli ambientalisti), assommano più iscritti di qualunque altra associazione nazionale. E non ci risulta che si occupino di numismatica, ma di outdoor, per dirla all’inglese.
Ne abbiamo parlato con Agostino Da Polenza, alpinista con all’attivo ascensioni importanti anche in Himalaya, ora osannato ora criticato, indubbiamente un grande organizzatore di iniziative a 360° legate al mondo della montagna oltre che di spedizioni alpinistico-scientifiche (si pensi a K2-2004).
C’è aria di fermento nell’“universo montagna”: illusione o realtà?
«Abbiamo cominciato a monitorare meglio il settore dal 2002, anno internazionale della montagna, e i dati sono incoraggianti. Non si tratta di sensazioni ma di numeri. Intanto le valli non solo hanno smesso di spopolarsi ma c’è un ritorno. Quanto al “turismo” alcuni settori, come lo sci da discesa, faticano, ma l’escursionismo estivo e invernale crescono (il trekking, il nordic walking, lo scialpinismo, le racchette), la wilderness sta diventando quasi una moda, con tutti i vizi e le virtù delle mode, le riviste di settore non chiudono (che è già un gran risultato), i libri a tema sono letti sempre di più».
E l’alpinismo?
«L’alpinismo piace al pubblico, che non disdegna le grandi imprese con il loro alone epico, senza bisogno di tornare all’enfasi e alla retorica della lotta con l’alpe di “antica” memoria. Il problema è che spesso non sa comunicare e scrollarsi di dosso un certo atteggiamento naïf e pauperista, sobrio e triste a tutti i costi. I Ragni di Lecco di Casimiro Ferrari facevano parlare di sé, certo, ma oggi bisogna essere più raffinati. Messner è stato un maestro. Il bergamasco Simone Moro è molto bravo. E quando ci sono delle occasioni per imprese simboliche (come quella del K2 l’anno scorso) o reali, invece di liquidarle con stizza, sarebbe meglio confrontarsi, al limite criticamente, con altre proposte, ma non criticandole tout court».
E cosa deve inventarsi per far parlare di più di sé?
«Ci vuole creatività. Messner ha inventato i 14 ottomila, nel senso che ha saputo dare loro il senso di un traguardo che la comunità alpinistica internazionale ha riconosciuto come tale partecipando alla competizione. Ma si può anche “cavalcare” - mi si passi il termine - il meccanismo della ricorrenza che fa notizia. Poi inventarsi una strategia comunicativa che spesso gli alpinisti non hanno. Senza vendere fumo, naturalmente. Ma comunicando bene quello che fanno. Pensiamo alla vela: sarà mica praticata dalle masse no?».
Il Club alpino italiano?
«È una grande istituzione, un po’ sclerotizzata ma assolutamente necessaria. Certo, fra le sezioni e i vertici c’è uno scollamento, perché le prime fanno, si confrontano con la realtà, con le gare di arrampicata, con tutto un universo che per principio i vertici, in origine, hanno rifiutato. L’attuale presidenza sembra volersi svecchiare ma ci auguriamo che la volontà del timoniere sappia imporsi sulle dinamiche della macchina, con i suoi inveterati rituali, la sua burocrazia».
In concreto?
«Il Cai deve dare spazio al verticale, anche all’arrampicata urbana o al freeride, per assurdo, a tutto ciò che è nato dalle discipline classiche della montagna e ha trovato nuovi contesti, nuove generazioni, nuovi stili. Il che non significa rinnegare antichi valori o l’estetica barbuta del fustagno, ma non ridursi ad essi. Spazio alla promozione di tutto ciò, all’organizzazione di grandi eventi in collaborazione con la Fasi (la Federazione arrampicata sportiva italiana), con le guide, il soccorso alpino, tutte realtà che in origine erano interne al Cai stesso».